Archivio mensile:maggio 2015

Home Restaurant, to be or not to be

ARTICOLO pubblicato il 26 maggio 2015 su Ristorazione & Catering

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Viviamo ormai in una società liquida, nella quale le relazioni si moltiplicano spontaneamente o forzatamente a seconda dei casi e delle esigenze personali. È la trasformazione da società del possesso a società del consumo. Nella lingua più comune è la “sharing society” che avanza. Auto a noleggio (Carsharing) appartamenti in condivisione (Housesharing), non più autostop, ma viaggio insieme programmato (Carpooling) e così via. Tutto ciò avvantaggiato da software sempre più perfezionati e semplici da usare anche con un semplice smartphone, così che son sempre più le piattaforme che garantiscono il servizio. Tutti traggono un vantaggio, utilizzatori che risparmiano, locatori che creano nuovi business, intermediari che creano capitale e posti di lavoro.
Ma… c’è un rovescio della medaglia che attiene principalmente alla legalità ed alla concorrenza.
L’esempio che dimostra i limiti di uno sviluppo di nuove buone idee, ma che fuori dalle regole, non possono e devono prosperare è il caso degli Home Restaurant.
Nati come risposta alla voglia di socializzare di fronte ad un buon piatto, gli “Home Restaurant” diventano tali nel momento in cui all’aspetto aggregativo si sovrappone il business, sia di chi ospita un evento, quale una semplice cena tra sconosciuti, sia di chi rende l’iniziativa fruibile pubblicamente, realizzando e gestendo un software per l’incontro di domanda e offerta.
Guardando all’Italia i primi a entusiasmarsi per questa iniziativa sono stati gli appassionati de consumo conviviale di cibo, che potremmo raggruppare sotto la voce di “Foodies”, tra loro alcuni sono già un passo avanti nel magico mondo del food, in qualità di “Food Blogger”. Va da sé che, per questi ultimi, il fatto di incontrarsi intorno ad un tavolo con propri simili e scambiarsi esperienze delle quali oltre ad esser appassionati sono anche in qualche modo “professionisti”, è un valore aggiunto grazie al quale il moltiplicarsi di tali eventi porta ad un conseguente aumento di visibilità per i propri articoli, nonché per eventuali affari derivanti da ciò.
Fin qui tutto bene, se ti invito a casa, anche se non ti conosco e ti offro qualcosa e tu, anche, cucini a tua volta o mi porti i pasticcini, bene, ma, da qui, se me lo trasformi in business, la cosa cambia, eccome.
Ecco che nel giro di pochi mesi sono fioriti gli “Home Restaurant”, simpatica definizione per vendere un pasto, magari una performance artistica, tra le mura domestiche, con amici vecchi e nuovi, ma sempre a pagamento.
Addirittura sono nate delle piattaforme per gestire e moltiplicare la possibilità di scegliere tra le tante offerte di cene tra sconosciuti, una nota in Italia è Gnammo.
Nel frattempo, però, gli addetti ai lavori hanno cominciato ad accorgersi di questa inedita e sottile forma di concorrenza che avanzava. Subito le prime perplessità, i primi articoli di approfondimento per metter in evidenza, soprattutto, le due anomalie più visibili: l’assenza di regole, la normativa igienica.
I detrattori biasimavano l’iniziativa preoccupati di un servizio eseguito in ambiente non idoneo dal punto di vista igienico-sanitario e sul filo del rasoio dal punto di vista delle imposte, i fautori rispondevano che entro le mura domestiche non fossero richieste normative da ristorante (Haccp e autorizzazioni sanitarie) e che i novelli ristoratori casalinghi rispettassero la normativa tributaria, attenendosi alla semplice regola per la quale, al di sotto dei 5.000 euro di ricavi, non ci sia bisogno di dichiarazione dei redditi.
Tutto bene, dunque? NO… perché, con una insolita solerzia, il Ministero dello Sviluppo economico è intervenuto con una Risoluzione che, accogliendo le tesi di FIPE, la Federazione Italiana dei Pubblici Esercizi, in sintesi sentenzia che intervenendo uno scambio economico a fronte di vera e propria somministrazione, gli “Home Restaurant” devono sottostare alle medesime regole di un ristorante commerciale.
Fine dei giochi? Oppure, più semplicemente, ristabilite le regole, annullate le possibilità di agire in regime di concorrenza sleale, potranno nascere nuove forme di offerta domestica, con conseguente sviluppo sano di occasioni per il consumatore e di posti di lavoro per chi voglia cimentarsi in nuove attività seguendo inclinazione ed estro?
E le piattaforme che hanno sfruttato la scia? Si adegueranno, perché se tutto è regolare, agiscono solo da moltiplicatore di business per tutti, o chiuderanno perché il gioco non varrà più la candela per nessuno?

Aldo Palaoro