Archivio mensile:novembre 2015

Milano intitola una strada a Veronelli e la stampa gastronomica non se ne accorge

(se non per il comunicato stampa)

Veronelli Passeggiata 01

Milano, 30 novembre 2015

In una splendida mattina di fine novembre, a 11 anni e 1 giorno dalla sua scomparsa, Milano ha reso omaggio ad uno dei suoi figli più apprezzati intitolandogli una strada.

Da oggi, il tratto pedonale che unisce il quartiere Isola alla scintillante, sopraelevata, piazza Gae Aulenti, si chiama “Passeggiata Luigi Veronelli”, un luogo bello, simbolico, perché unisce la Milano del passato, dove “Gino” viveva, e quella del futuro.

Una cerimonia sobria, condotta dall’Assessore Filippo Del Corno, in stile meneghino, certamente gradito dal destinatario del riconoscimento, alla presenza dei famigliari, delle istituzioni e, in rappresentanza di tutto ciò che il grande filosofo, giornalista, scrittore, gastronomo ha significato in vita e lasciato dopo la sua scomparsa, Gian Arturo Rota.

Un momento di riflessione sul lascito, soprattutto culturale, di Veronelli, sull’importanza di un percorso che è alla base di tutto ciò che oggi definiamo “mondo della gastronomia” distante anni luce dalla eccessiva spettacolarizzazione da palcoscenico. Un momento, finalmente lontano dalla sbornia di Expo che cannibalizzava tutte le iniziative, dunque perfetto per avere i riflettori puntati e l’attenzione di tutti i protagonisti del settore.

Questa la cronaca, ma, c’è un ma, per cui non posso esimermi, come giornalista, dal registrare un fatto che ritengo non solo increscioso, ma sintomatico della distorsione di un sistema che ha ormai superato il limite della decenza.

Alla cerimonia ero l’unico giornalista di settore presente.

Milano intitola una strada a Luigi Veronelli, colui che ha aperto la strada maestra della gastronomia sulla quale oggi “passeggiano”, più o meno degnamente, tanti, troppi, personaggi. Tutti gli devono qualcosa, quasi tutti avrebbero continuato a fare altro se prima non ci fosse stato lui.

Eppure nessun giornalista del circo della ristorazione ha pensato di dedicare pochi minuti della propria giornata per rivolgere un pensiero a Veronelli, lo stesso possiamo dire dei cuochi, non pervenuti.

Gian Arturo Rota, saggio come il suo mentore, ha provato a confortarmi sottolineando che l’importanza del gesto di intitolare la strada a Gino conta più di ogni altra cosa, ed aggiungo io, di ogni piccolezza.

Come è possibile? Dov’erano i generali della critica, ma soprattutto i loro ascari o l’allegro mondo della blogosfera, tutti a diverso titolo cantori delle gesta dei cuochi superstar, dov’erano i cuochi presunti tali che proprio il lavoro di Gino ha permesso di elevare dal rango di osti a quello di professionisti completi e globali?

Vorrei immaginare che la ragione di questa trascuratezza possa essere ricercata nella scomodità del personaggio così vero, così concreto, così fuori dagli schemi, vorrei pensare che una generazione di giovani food addicted possa non saper della sua esistenza, un decennio è sufficiente per l’oblio, ma mentirei a me stesso.

Ancora una volta è Rota a riportarmi alla realtà, perché Veronelli, che “stava coi piedi per terra, volava alto, troppo alto”… ed io, più prosaicamente, chiudo che forse non c’era nessuno, anche perché alla fine non c’era neppure una tartina da rincorrere.

Aldo Palaoro

 

Articolo pubblicato in data 1 dicembre anche su Ristorazione & Catering

 

Pure tu vuoi comunicare?

pure tu vuoi fare lo chef foto 00

L’occasione di osservare l’evento “Pure tu vuoi fare lo chef” organizzato e condotto da Antonino Cannavacciuolo, mi ha fatto riflettere sulla professionalità, poca, che attanaglia il settore della ristorazione, intendendosi di quelli che la comunicano.

Cannavacciuolo è tra i pochi cuochi italiani di questa generazione che riesce ad emergere e ad essere riconoscibile dal grande pubblico grazie al successo, meritato, di un paio di sue apparizioni televisive, prima con “Cucine da Incubo”, presto, però, anche con “Masterchef”, dove potrebbe addirittura mettere in ombra i suoi colleghi “più anziani”.

Tutto questo, il successo, la celebrità, la possibilità di produrre eventi ai quali, pagando, partecipano migliaia di ristoratori, a metà tra il fan e il professionista alla ricerca di formazione, sono la diretta conseguenza di un percorso che affonda le proprie radici nell’educazione, nella preparazione specifica.

Insomma Antonino ha un talento naturale nel relazionarsi col pubblico, l’empatia è automatica e spontanea, perché in lui si riconosce che “è proprio come lo vedi”, ma non è un improvvisato, ha studiato, ha fatto esperienza, ha lavorato sodo e si vede. Ah, è anche un bravo cuoco e fa bene da mangiare.

Ciò premesso, ecco il parallelo impietoso di oggi che, in qualche modo, riprende il filo del discorso seguito al primo appuntamento di #tavolaspigolosa.

I protagonisti di questo scenario sono tre: giornalisti, blogger, comunicatori (agenzie o pr), lo scorso 5 novembre, Anna Prandoni ha dato voce ai primi due e qualcuno si è subito sentito cedere il terreno sotto i piedi. Rimando, però, ai prossimi appuntamenti spigolosi e a successivi articoli il commento su quanto emerge da quegli incontri, perché ancora da approfondire (to be continued, si è detto, vero Anna?) e rivolgo la mia attenzione a chi oggi si arroga il diritto di comunicare senza averne titolo.

Il titolo di questo pezzo è rivolto a loro, perché oggi, c’è troppa gente che fa o faceva un altro mestiere e, a tempo quasi perso (quanto ne fanno perdere alle aziende neppure si immaginano), fanno i digital pr, i social content manager, gli organizer (no, non sono delle agende, sono organizzatori di eventi, ma l’inglese per fare colpo è d’obbligo).

Insomma, “pure tu vuoi comunicare?” Vien da chiedersi? Purtroppo sì, ed un’intera categoria ne esce a pezzi, perché vaglielo a dire a quell’imprenditore che se si è scottato con il “trend-pr”, forse, poteva evitare la bruciatura, affidandosi a chi è strutturato, preparato, foderato ad ogni tempesta, per la cura della comunicazione della sua azienda, altrimenti, tanto vale che se ne occupi un figlio, un nipote, uno smanettone qualsiasi e poi? Poi, il nulla, il vuoto cosmico di una genia di novelli comunicatori coi quali si viene confusi e a causa dei quali una professione bella e interessante si svilisce per sempre. Cui prodest?

Aldo Palaoro

Mala tempora currunt

Mala Tempora Currunt… per gli uffici stampa.

Fuffa 2.0

Si vede che sto invecchiando, perché mi accorgo di tollerare con difficoltà alcuni comportamenti che mi capita di osservare.

Mi riferisco al settore che frequento da più tempo, quasi 30 anni, la ristorazione (eh sì, son prossimo all’anzianità, anche professionale).

Oggi, in questo settore, ma forse il problema è generale, si oscilla tra il dilettantismo che si autoreferenzia e lo snobismo di professionisti che scrivono più per alimentare la propria vanità che per informare i lettori.

Così, chi vuol svolgere il proprio mestiere onestamente, basandolo su studi specifici ed esperienza consolidata, deve confrontarsi da una parte con chi pensa sia sufficiente scrivere un blog per passare per esperti di comunicazione, dall’altra, con giornalisti che non avendo più una scrivania sulla quale appoggiare la propria frustrazione, per un mondo che cambia troppo in fretta, per la penna che hanno ancora in mano, decidono che “far l’addetto stampa” non è poi così difficile.

Naturalmente non voglio “far di ogni erba un fascio”, ma son sicuro che chi mi legge sa distinguere.

Eppure sarebbe sufficiente che ciascuno avesse piena consapevolezza della differenza dei ruoli, che chi vuole gestire un blog lo facesse, senza però credere di aver capito tutto della comunicazione di un prodotto, di un servizio, di un’azienda e proporsi come professionista del settore, addirittura pensando di poter insegnare una materia dai connotati 2.0 che ci si è inventati.

Legittimo, se non fosse fatto per il mero scopo commerciale di intercettare potenziali clienti che, colpevoli anch’essi, non sanno distinguere tra chi professionista lo è davvero e chi se la canta e se la suona.

Così sarebbe semplice capire che non basta esser stati un bravo giornalista per sapere come averci a che fare, l’ufficio stampa e il giornalismo son due mestieri diversi e pochi sanno interpretarli entrambi al meglio e senza conflitti d’interesse.

Ho sempre pensato che il blogging potesse essere, ai giorni nostri, l’anticamera del giornalismo di domani, in fondo le scuole di giornalismo, propriamente dette, tendono a scomparire e l’apprendistato di redazione non esiste quasi più, ma, proprio per questo, è fondamentale non cadere nel conflitto d’interessi, essere coerenti e corretti e non usare la scorciatoia che la rete oggi garantisce a chiunque sia avvezzo alla moltiplicazione dei contatti, per poi rivendersi subito la visibilità personale come strumento di comunicazione di terzi. Non funziona così.

Come uscirne? Forse con un po’ di umiltà e di correttezza che non guasterebbe.

Meglio di me ha saputo denunciare alcune anomalie del nostro settore il giornalista Valerio Massimo Visintin nel suo pezzo odierno “Muro contro Muro”.

http://mangiare.milano.corriere.it/2015/02/23/muro-conto-muro/

Cedesi # hashtag

InOtticaExpo Hashtag 01

Così, alla fine, novembre è arrivato ed Expo2015 è archiviata.

Ricordo ancora, era il 2010, quando, informalmente e, sottolineo, gratuitamente, diedi il mio primo contributo a chi si stava domandando come gestire la ristorazione all’interno del sito espositivo. Con un collega, esperto anch’egli del mondo del cibo, suggerimmo un paio di idee che, guarda caso, sono poi state la base dell’impianto che abbiamo imparato a conoscere in questi mesi: i chioschi e lo street food, un hardware agile e diffuso ed un software coerente con la variegata offerta di cibo italiano da strada.

Ce ne furono poi altri di contributi, come l’idea di creare degli “Ambassador” fino a che smisi di regalare idee, visto che meriti e guadagni finivano altrove. Così come so di professionisti che suggerirono, ad esempio, l’idea delle stecche di servizio…

Pazienza, a quelli come me interessava che Milano cogliesse questa occasione per crescere; ora, però, sfruttiamola come collettività e non lasciamola alle speculazioni di pochi.

Intanto il settore Food ha avuto questa vetrina per sei mesi, anzi, per qualche anno in preparazione e, poi, durante il semestre espositivo, tuttavia, pur avendo sfruttato l’evento per uno sviluppo già evidente e per una crescita che ancora potremmo cavalcare nel futuro, ci si è limitati alla superficie, alla crosta.

Va bene lo stesso, siamo ottimisti (anche senza prefisso Expo), è stato importante stimolare tutti a darsi da fare, a muoversi per creare opportunità e sviluppo.

Peccato per i contenuti, un po’ trascurati, forse troppo impegnativi per un evento che funziona se il pubblico riesce a cogliere messaggi facili e fruibili.

Ora, però, mi domando come faremo, orfani di questa parolina magica, usata come suffisso, prefisso, hashtag, storpiata in mille modi, l’ultimo avvistamento è per un “Valtidonexpo”, un uso al limite dello sconsiderato, al punto che sembrava che bastasse nominare la parola, o aggiungerla ad altre parole, per aprire ogni cancello.

Così amministrazioni pubbliche e aziende private hanno messo mano al portafoglio, finanziando innumerevoli iniziative, alcune riuscite, molte inutili e dispendiose, nel nome di Expo, anzi appunto “In Ottica Expo”, una frase che ci è uscita dagli occhi e dalle orecchie, tanto che ad un certo punto decisi di farne un hashtag per prendere e prenderci un po’ in giro.

Fu così che rilanciando sui Social ogni iniziativa, evento, ma anche tante sciocchezze che venivano pomposamente avanzate, appunto in quell’ottica, pubblicando con arguzia, si finiva per essere rilanciati anche dai Social ufficiali che, forse, non si rendevano conto dell’ironia intrinseca al post.

Ora lo posso confessare e, a questo punto, chiudere qui, trasformandolo in memorabilia, così se qualche appassionato #expottimista lo desiderasse posso cederlo, prezzi modici, come quelli di Expo2015…

Aldo