Archivio mensile:marzo 2016

Mercato del Duomo, un’occasione mancata

Dumo con auto

C’era una volta piazza Duomo con le auto, così ci poteva anche stare che, seppur in tempi diversi, ci fosse un Autogrill nel centro di Milano. Le auto non ci son più, ma l’Autogrill resiste, più come categoria del pensiero, perché nonostante tutti gli sforzi di cambiare, di evolversi, il progetto del Mercato del Duomo si può considerare fallito.

Andiamo con ordine.

Lo scorso anno, di questi tempi, lo stato maggiore di Autogrill, l’architetto De Lucchi, il Comune di Milano, nella persona dell’Assessore e ViceSindaco De Cesaris, che aveva fortemente sostenuto il progetto di restauro e la nuova strategia commerciale di grande appeal per il salotto buono della città, annunciavano, come si dice “in pompa magna” la riapertura di Autogrill nella nuova veste di Mercato del Duomo.

Fermo immagine: tutti soddisfatti ed entusiasti, un luogo, da tempo trascurato, con alle spalle anche una disonorevole chiusura ad opera dell’ASL, si trasformava in un gioiello, tra l’altro, di una bellezza ritrovata, così come era appena accaduto con il restauro della Galleria Vittorio Emanuele. Tutto pronto in tempo per Expo.

Accanto ad alcuni esercizi di ristorazione, tra cui l’apprezzato e celebrato Spazio di Niko Romito, e la formula già testata in Stazione Centrale a marchio Bistrot, un mercato ove spiccavano i banchi di alcuni tra i più bravi professionisti della panificazione, della pasticceria, della macelleria ecc.

Trascorso poco meno di un anno, l’amara sorpresa, Grazioli & Co. son spariti ed al loro posto, con poche modifiche, il mercato si è trasformato nel percorso classico di Autogrill, con prodotti civetta per turisti poco avvezzi di primizie nostrane.

Cosa è successo?

Banalizzando forse non era conveniente, tutto qui. Perché, però?

Perché non ha funzionato l’offerta di prodotti da banco buoni, freschi, di alta qualità?

Innanzitutto il luogo era giusto? Forse no, per un paio di motivi direi: la scarsa propensione all’acquisto di generi alimentari da portare a casa se si è milanesi o pendolari, o, peggio, in albergo, se si tratta di turisti, la concorrenza storica di Peck o più recente di altri negozi che, pur soffrendo, resistono, come Eat’s e La Rinascente.

Aggiungo che di residenti nel centro storico ce ne sono molto pochi.

Dunque, il coraggio di Autogrill nel proporre un modo nuovo di vendere pane, dolci, salumi è durato poco, troppo poco, più facile, dunque, rifugiarsi nel rassicurante prodotto da battaglia, buonino, ma non troppo, ad un prezzo che garantisca un margine più alto e permetta alta rotazione.

Si poteva tentare di resistere? Magari accentuando la parte somministrazione degli stessi banchi?

Una tartelette di “Come una torta” valeva due passi in più quando ci si trovava in zona. Anche un pezzo di pane fragrante, da mangiar subito.

Niente da fare, il profitto vince sempre, il coraggio non è per tutti, tantomeno di un’azienda che deve far numeri.

Peccato, un’occasione mancata, aggiungerei anche uno sgarbo a chi, in Comune, aveva sposato il progetto e oggi deve digerire un repentino cambiamento che sa un po’ una sconfitta per tutti.

Autogrill torna ad essere Autogrill, per fortuna, però, le auto in piazza Duomo non torneranno mai più.

Aldo Palaoro

 

(foto tratta da Milano Sparita)

Cuochi e media, il selfie passa di moda?

spaghetti vongole

come ogni anno, dalla sua nascita, quando pochi, forse neppure gli ideatori, pensavano che avrebbe avuto un futuro, ho frequentato il congresso milanese.

Se ne facessimo una fotografia lunga tutti questi anni cosa vedremmo?

Ricordo la “Prima” a Palazzo Mezzanotte, cuochi, che ora sono sciolti e sicuri di sé, allora, molto più giovani, accompagnati da qualche giornalista esperto o solo appassionato (allora non esistevano i bloggers), si confrontavano con un pubblico curioso nella presentazione di sé e dei propri progressi in cucina.

Se dovessi scegliere un solo cuoco che ha fissato nella memoria collettiva il congresso milanese indicherei Ferran Adria, quasi un marziano in quella fase storica, uno bravo, insieme al fratello Albert, nel fare il suo mestiere e nel comunicarlo. Una rivoluzione per una categoria che ancora faticava ad uscire in sala a salutare i propri clienti.

Oggi, trascorsi alcuni anni, sembra quasi sia passato un secolo.

Il congresso è diventato un appuntamento che attira un gran numero di cuochi, un ancor più grande numero di appassionati, un plotone di comunicatori indistinti, perché ormai esistono i bloggers e nel frattempo i giornalisti son diventati sempre meno, perché gli editori ne hanno reso inutile il ruolo, sotto pagandoli fino quasi al baratto, ed entrambi, bloggers e giornalisti, hanno pensato che proporsi come ufficio stampa non fosse poi così male per guadagnare qualche soldo, fingendo che il conflitto di interessi fosse solo una categoria politica.

Nel frattempo i cuochi son diventati filosofi, perché a forza di presentazioni di piatti la creatività si esaurisce, ma su quel palco si vuol salire ancora e allora la ricetta diventa una scusa per girarci intorno, con un po’ di retorica e proporsi quali novelli “maître à penser”.

Una deriva pericolosa che allontana dal vero contenuto di un congresso sulla ristorazione, parlar di cucina e di piatti, magari di servizio in sala che, nonostante tutti gli sforzi, non interessa molto. Un comportamento che fa rischiare il ridicolo di chi non ascolta con attenzione e si inventa interpretazioni che diventano un boomerang (val la pena leggere l’articolo di Visintin sulla figuraccia di Giulia Cannada Bartoli sul blog di Luciano Pignataro).

Anche Bottura ha scelto di scrivere una sceneggiatura teatrale per stupire e, se non fosse che l’apprezzamento per il lancio della fondazione Food for Soul per finanziare nuovi Refettori, merita rispetto e riconoscenza, forse saranno sempre di più coloro che storceranno il naso per il modo in cui mette in scena la sua rappresentazione; quest’anno con quell’assenza, con voce fuori campo, che, se nelle intenzioni voleva dar spazio al gruppo, nella realtà dei fatti riempiva ancor di più quello stesso spazio del suo pensiero.*

In conclusione, il congresso è una realtà consolidata, a prescindere da cuochi e media, la riprova la si ha facendo la statuina nel mezzo dell’area commerciale, un’arena che per tutti i soggetti è certamente foriera di affari, ma che, a distanza di anni, mostra segnali di cambiamento, perché di cuochi celebri che appaiono e si fanno fotografare ne vedi sempre meno, se vengono, i più, assolti gli obblighi da relatore, se ne vanno via per uscite secondarie, così, inevitabilmente, ai comunicatori non resta che riprendersi ed intervistarsi reciprocamente, giocando allo scambio dei ruoli, una volta giornalista, una volta addetto stampa e la storia va avanti.

 

Aldo Palaoro

Pubblicato su Sala & Cucina il 15 marzo 2016 – *periodo mancante