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DOOF: Ristoranti didattici nei locali sequestrati alle mafie

L’idea è stata lanciata dalla Alessandra Dolci, Coordinatrice Distrettuale Antimafia, durante il nuovo incontro DOOF, organizzato, nell’ambito del convegno sulle mafie nella ristorazione, da SOLIDUS presso l’istituto alberghiero Carlo Porta di Milano.

Non si tratta di una provocazione, ma di uno spunto che nasce dopo alcuni incontri che Doof ha promosso sul tema (DOOF è il contenitore ideato da Valerio Massimo Visintin, critico gastronomico del Corriere della Sera, con Samanta Cornaviera, Massaie Moderne, e il nostro redattore Aldo Palaoro).

Una proposta frutto senz’altro di un’esperienza concreta che la d.ssa Dolci vive quotidianamente e che, paradossalmente, la preoccupa quando viene il momento di emettere un provvedimento di sequestro che porta, inevitabilmente alla chiusura di un locale.

D’altra parte è comprensibile che un ristorante, posto sotto sequestro, mediaticamente messo alla gogna ed a cui viene “tagliata la testa”, impedendo al gestore/proprietario di condurre l’attività imprenditoriale, vedrà, nell’arco di pochi giorni, ridursi drasticamente il proprio giro d’affari, con clienti, spesso “amici” e conniventi del titolare interdetto, che si dileguano e dipendenti, spesso in nero, che altrettanto, spariscono.”

Da qui l’idea espressa, istintivamente, davanti ad un pubblico di futuri ristoratori, da Alessandra Dolci e subito condivisa da David Gentili, Presidente della Commissione antimafia del Comune di Milano, di immaginare che i locali sottoposti a sequestro, il più delle volte temporaneo, possano continuare a vivere offrendo, a chi impara il mestiere nelle scuole alberghiere, un luogo di formazione senz’altro insolito, ma con un ulteriore risvolto virtuoso, la sopravvivenza di un locale pubblico in modo che per lo Stato sia un’attività che diventi un costo per la collettività, ma, anzi, grazie a questa operazione, resti attiva ed in attivo.

Non sarà facile, perché bisognerà pensare ad una sorta di Protocollo di intesa con il Tribunale delle Misure Preventive e ad una specie di task force composta, magari, di docenti e di ristoratori di comprovata esperienza e sufficiente celebrità da rendere attrattiva l’attività ristorativa momentaneamente sequestrata.

In questo modo lo Stato non ci perde e, anzi, si fa promotore di un’esperienza didattica unica e lodevole.

Non possiamo che apprezzare e sostenere questa idea, riconoscendo che iniziative come quella che DOOF sta promuovendo nel nostro settore siano quei buoni semi che, pazientemente, ci lasciano la speranza che si possa sempre migliorare.

Aldo Palaoro

Cosa succede alla Scuola di Stresa?

Gli echi delle celebrazioni dell’80° di fondazione della Scuola Alberghiera di Stresa non si sono ancora spenti che sono stati coperti da un chiacchiericcio sempre più rumoroso sui problemi legati alla costruzione della nuova sede del Maggia, attesa da anni.

Attonito osservo da lontano l’avvitarsi di una situazione che pare senza via d’uscita.

Per chi non è di Stresa e della Scuola conosce il buon nome e la bella immagine che in quasi un secolo di vita i suoi protagonisti, docenti e allievi, hanno trasmesso in tutto il mondo, risulta difficile capire cosa stia succedendo.

La storia recente di Stresa, definita la Perla del Lago Maggiore, è indissolubilmente legata alla Scuola Alberghiera, intitolata a Erminio Maggia, la cui famiglia ne favorì lo sviluppo. Località turistica rinomata fin dagli albori del Novecento, Stresa ha il suo doppio nella sua Scuola, la quale, mentre il paese vedeva crescere gli alberghi sempre più grandi e prestigiosi, vedeva formarsi sempre più bravi e numerosi professionisti della ristorazione. Un binomio vincente, duraturo, inossidabile, fino ad oggi.

Cosa succede a Stresa? Perché Regione, Provincia, Comune, Scuola, financo i cittadini dibattono su chi ha le colpe più grosse? Perché non si distinguono il problema corrente di una disponibilità di aule a norma, da un progetto lungimirante che avrebbe dovuto vedere la luce tanto tempo fa, ma, nonostante i soldi ci siano, tutto è rimasto fermo?

Da ex concittadino che ama da lontano le proprie radici e figlio di uno dei protagonisti dei tempi d’oro della Scuola, non riesco a capire come non si possa smettere di addossarsi colpe e, invece, sedersi serenamente intorno ad un tavolo per trovare la soluzione migliore che dia un futuro alla Scuola, mantenendo intatto un patrimonio di sapere e di immagine che continui a dar lustro a tutto il paese.

Io, se serve, ci sono.

Aldo Palaoro

DOOF: le fake news nell’alimentare… e nelle pizzerie

Nuovo appuntamento DOOF ad Open. Questa volta si parlava di Fake News, con particolare riferimento al mondo alimentare.

Relatori: Roberto La Pira, direttore del Fatto Alimentare, Andrea Kerbaker, scrittore, autore del libro Bufale Apocalittiche, Laura Bettazzoli, Direttrice Marketing di Bonduelle, Anna Prandoni, in qualità di esperta di comunicazione digitale, A loro si è unita, nel corso del dibattito, e per una sorpresa a tema, Chiara Cavalleris, caporedattrice di Dissapore.

La corposa introduzione di La Pira che, grazie all’accurato lavoro di redazione, raccoglie da tempo numerosi falsi, ha permesso di inquadrare un fenomeno preoccupante che non accenna a spegnersi, nonostante le smentite siano pari alle sciocchezze pubblicate.

Pomodori cinesi, micotossine nel grano canadese e tante altre amenità che dimostrano solo una cosa che il giornalismo, anche il nostro che parla di cibo, dovrebbe stare molto più attento a ciò che legge, riceve e, soprattutto, poi pubblica.

Andrea Kerbaker ha ripreso alcuni degli esempi clamorosi, riportati sul libro che pubblicò nel 2010 “Bufale apocalittiche” dimostrando con una buona dose d’ironia che nonostante l’enormità dei fatti narrati e sbagliati di questi ultimi anni “siamo ancora vivi”. Sì, perché ad ascoltare gli allarmisti, equamente divisi tra giornalisti e, se vogliamo ancor più grave, personalità con responsabilità istituzionali, quali ministri, su alcune vicende si paventavano pandemie con milioni di morti; ricordiamo tutti il caso Mucca Pazza? Un ministro britannico aveva predisposto un piano per la realizzazione di fosse comuni per il timore di non riuscire a seppellire tutti i morti che ci si attendeva.

Laura Bettazzoli, direttrice marketing di Bonduelle ci ha riportato alle cose di tutti i giorni, quando basta un allarme non verificato per determinare un danno a lungo termine per un intero settore merceologico. Ci si riferisce al caso Mandragora, che si pensava fosse presente in una busta di spinaci della nota marca francese, quando, verificato dalle autorità sanitarie che così non era, ma più verosimilmente derivava da verdure acquistate ad un mercato rionale. Gli effetti allucinogeni del vegetale incriminato, però, produssero una quantità molto rilevante di articoli, mai pareggiati dalle notizie di smentita susseguenti, si parla del 50% di differenza.

Il danno, come descritto dalla d.ssa Betazzoli, è a lungo termine, infatti, tutto il settore delle verdure in foglia non ha ancora ripreso la quota di mercato precedente al  fattaccio.

Il problema, oggi, più di ieri, è la velocità con cui queste notizie, soprattutto quelle false e preoccupanti, vengono macinate in rete, senza nessuna preoccupazione per le conseguenze. Questa l’analisi di Anna Prandoni che suggerisce di ritornare a fare i giornalisti i quali, per verificare e indagare una notizia si sono sempre presi il tempo giusto, una volta più facile con l’uscita giornaliera dei giornali cartacei, ma che dovrebbe essere così, anche oggi, soprattutto per un tema così delicato come l’alimentazione, perché non è un giornalismo di serie B, ma anzi è più importante, ai fini della salute dei consumatori, che sia un giornalismo di qualità, ponderato, circostanziato, responsabile.

In chiusura Visintin ha svelato la sorpresa, per cui erano presenti in sala Chiara Cavalleris e suo direttore Massimo Bernardi, un esperimento sociale per verificare la rapidità di diffusione di una notizia volutamente falsa, creata ad arte, con alcuni accorgimenti che avrebbero dovuto far suscitare il dubbio sulla sua veridicità. La notizia annunciava l’apertura di una catena di pizzerie che avrebbero usato farina di cavallette per l’impasto. Insomma, l’esperimento ha funziona, purtroppo, molti colleghi ci sono cascati e molti siti affamati di click hanno rilanciato, solo pochi hanno avuto sospetti e sono intervenuti per commentare e segnalare la bufala o evitando di cadere nella trappola.

In conclusione ci tengo a ribadire come la nostra categoria sia chiamata ad un’attenzione costante, alla verifica delle fonti, sempre, ad una valutazione prudente delle conseguenze, soprattutto quando siamo tentati dal titolo sensazionale per attirare lettori, perché il fenomeno delle Fake News esiste da sempre e possiamo solo attenuarlo, perché, citando lo storico e archivista Dan Cohen:“Gli storici hanno sempre dovuto passare al setaccio falsi e mezze verità. Una cosa è peggiorata: oggi è molto più facile creare documenti falsi e soprattutto disseminarli ovunque. La gente è ancora credulona”.

Aldo Palaoro

EAT – il Ristorante buono e sano

ARTICOLO APPARSO SU Sala & Cucina il 22 maggio 2018

Diversi anni fa, dovendomi recare al Policlinico di San Donato, notai che i distributori di snack, ubicati nelle aree di attesa, erano diversi dal solito. Anche il nome E.A.T.(in origine acronimo di Educazione Alimentare per Teenagers) mi intrigò subito. Incuriosito cercai di capire in cosa si differenziassero da quelli comuni e scoprii che la dirigenza di quell’ospedale proponeva a pazienti e visitatori della propria struttura prodotti alimentari che, per semplificare, fossero più sani, dunque, con pochi zuccheri, se non assenti, pochi grassi e così via.

Il Progetto, però, aveva mire più ambiziose, partendo dall’educazione dei più giovani con un monitoraggio dei comportamenti alimentari in ambito scolastico, alla proposta di un corretto consumo di acqua durante la giornata di studio che permettesse una maggiore lucidità ed energia, allargandosi, infine, a tutta la popolazione che con diverse azioni poteva intercettare.

Una di queste iniziative ho avuto modo di conoscerla di persona durante una cena tenutasi presso il ristorante interno (ma aperto anche all’esterno) della Clinica Madonnina, in via Quadronno a Milano.

Nel corso degli ultimi 2 anni, il team di nutrizionisti del Gruppo San Donato, tra loro la D.ssa Daniela Ignaccolo, ha collaborato con l’associazione di cuochi JRE (Jeunes Restaurateurs Europei). L’obiettivo del progetto, nel frattempo ribattezzato “EAT – Alimentazione Sostenibile”, era di condividere le reciproche conoscenze, nutrizionali e tecniche per addivenire non tanto ad un menu, comunque risultato di per sé raggiunto, grazie alle numerose ricette sfornate da 11 cuochi dell’associazione, ma di fissare un modello che permetta, in primis proprio al Ristorante EAT, ma, correttamente, esempio per chiunque, di cucinare piatti sani, buoni da mangiare e belli da vedere.

Il concetto sembra banale, ma non lo è affatto, infatti, il grande lavoro svolto da nutrizionisti e cuochi è stato innanzitutto una palestra professionale importante, perché non è stato facile trovare un punto di incontro tra chi suggerisce il rispetto rigoroso di linee guida alimentari e chi, in cucina, vorrebbe avere sempre massima libertà di espressione, senza badare alle conseguenze che un piatto possa avere sulla salute di un cliente. La sfida è proprio quella di saper confezionare un piatto attraente, gustoso, soddisfacente e appagante, ma equilibrato con un apporto di calorie corretto.

A chiudere il ciclo, serviti da Valerio Centofanti, dell’Angolo d’Abruzzo di Carsoli, erano presenti i vertici del Gruppo San Donato, rappresentati da un membro della famiglia proprietaria, MarcoRotelli, che, a conclusione della serata, insieme a Martino Crespi, event manager di JRE, ha voluto andare oltre quanto di buono già fatto con la promessa non solo di mettere a regime il lavoro svolto, ma anche di proporre nuove iniziative nella direzione fin qui seguita, diffondendo il modello per la creazione di piatti buoni, sani, sostenibili, anche, ad esempio, ai panini, principale prodotto consumato in tutti gli esercizi del Gruppo.

Maggiori informazioni

http://www.eat-restaurant.it

http://www.progetto-eat.it

Aldo Palaoro

Follow the money: Influencer come Al Capone?

da sinistra:
Eleonora D.Arnese, Aldo Palaoro, Matteo G.Flora, Alessandro Galimberti, Valerio M.Visintin, Anna Maria Pellegrino, Vincenzo Guggino

Si è tenuto, giovedì 22 marzo, a Milano, presso la libreria Open, il secondo appuntamento stagionale di DOOF, l’altra faccia del Food. Questa volta una affollatissima platea di curiosi ha potuto approfondire la conoscenza di un tema che sta scuotendo il mondo dell’informazione anche nel mondo del cibo: i cambiamenti in atto determinati dalla crescita del web e degli strumenti più innovativi di comunicazione.

Moderati da Valerio Massimo Visintin, i relatori, Anna Maria Pellegrino, cuoca e foodblogger, Alessandro Galimberti, Presidente dell’Ordine dei Giornalisti di Lombardia, Vincenzo Guggino, Segretario Generale dell’Istituto di Autodisciplina Pubblicitaria, Matteo G. Flora, esperto e docente di reputation company e sicurezza informatica, hanno incrociato le lame della dialettica per sviscerare le dinamiche di un settore in così rapida evoluzione che, anche durante la discussione, intervallata dai dotti contributi video di Pamela Panebianco, editor di Agrodolce e Paolo Lottero, digital strategist, si alimentavano le reciproche conoscenze dell’ultima ora.

Diversi gli spunti della serata che ruotava intorno ad un dilemma: la confusione generata tra informazione e promozione deve sciogliersi producendo una netta distinzione tra le due. Nulla di più di ciò che è sempre successo, in un mondo pre-internet, quando le regole di una corretta informazione erano certe, erano rispettate, ma, se aggirate, erano anche sanzionate.

Oggi, la rapida evoluzione della comunicazione in rete sta mettendo a dura prova questo sistema che non è solo organizzativo, ma di valori.

Gli editori sono i principali colpevoli, non solo di non aver voluto affrontare il cambiamento in modo corretto e rispettoso del mondo del lavoro, ma anche di aver cavalcato gli aspetti negativi che lo contraddistinguono (recente il gravissimo caso di Conde Nast che sta sostituendo sistematicamente i giornalisti con blogger e influencer, creando un mondo di precarizzazione istituzionalizzata).

Si stima che in Italia siano circa 15000 i blogger attivi nei vari settori, il food è certamente uno dei più frequentati. Come agire, dunque, per gestire un magma che può diventare pericoloso per l’informazione?

Vincenzo Guggino dello IAP ha descritto una situazione critica, ma con qualche speranza di soluzione, dal momento che non solo si sta cercando di sensibilizzare chi oggi comunica nelle forme più disparate, ma, in accordo, soprattutto, con le aziende più grandi ed influenti, si sta cercando di addivenire ad una regolamentazione sempre più stingente.

Lo stesso tentativo è in atto da parte dell’Odg, come ha dichiarato Alessandro Galimberti, presidente della sezione lombarda dell’Ordine e dell’Unione Cronisti Italiana, attraverso un progetto allo studio che si applicherebbe come una sorta di “adesione volontaria” ai principi deontologici della professione giornalistica da parte di blogger e influencer.

Insomma, una serie di incroci sul tema davvero delicati, perché, se come afferma Pamela Panebianco c’è chi ha studiato da giornalista e vorrebbe diventarlo, ma il mondo nel frattempo è cambiato, ci sono giornalisti che non guadagnano più di 8 euro a pezzo e ormai si sognano di scrivere sulla carta stampata che, intanto, sta pericolosamente avvicinandosi all’estinzione, come si evince dai dati mostrati da Lottero e confermati con diverse chiavi di lettura dai relatori presenti in sala.

Il punto, però, è che, al momento, in assenza di regole chiare e rispettate, le nuove forme di comunicazione provocano la conseguenza grave che informazione e promozione vengano messe sullo stesso piano in modo più o meno consapevole e fraudolento da numerosi blogger che, parandosi dietro alla grottesca giustificazione che “mi deve piacere” fingono di fornire consigli gratuiti e autorevoli, quando, in realtà, sono remunerati e, dunque, truffaldini.

Interessanti i suggerimenti di Galimberti e Flora:

Galimberti sostiene, infatti, che se si applicasse il meccanismo individuato per la musica e si pagassero i contenuti giornalistici pochi centesimi, ma tutti, non ci sarebbe più bisogno della pubblicità, a questo punto lasciata ai blogger ed agli instragrammer, separando definitivamente ed in modo evidente ai lettori o spettatori, la pubblicità dall’informazione.

Flora, invece, dopo aver chiarito i tre peccati capitali degli influencer: etica, regole, fisco, affermando che oggi costoro agiscono, nella quasi totalità dei casi, nell’illegalità totale o parziale, sostiene che la cosiddetta “disclosure” porrebbe un drastico freno alla pubblicità occulta, facendo diminuire di più del 20-30% i vantaggi economici degli influencer.

Non solo, profetizza che sarà proprio il fisco a svelare e rompere il gioco, infatti, ogni controvalore, monetario o regalia, deve essere fatturato così, come per Al Capone, come osserva Visintin con sagacia, sarà una questione oggi ritenuta marginale a rimettere le cose a posto. Vedremo, intanto tra gli vari danni provocati dalla viralità generata dalla superficialità di un mondo che non segue le regola basilari dell’informazione, Anna Maria Pellegrino, descrive il caso “avocado” che sta praticamente rovinando l’ambiente e le abitudini alimentari del Cile, ma segnala anche, ancor più grave, come alcuni suggerimenti di “curare il diabete di tipo 2 con una dieta al posto di usare l’insulina”, sia da delinquenti.

L’incontro, dopo uno dei tanti esempi di doppio gioco messo in atto da una nuova generazione di comunicatori che, in spregio di ogni regola deontologica, collezionano collaborazioni con diverse testate, magari proponendosi gratis, al solo scopo di riversarvi le promozioni di clienti a cui nel frattempo vendono un servizio di ufficio stampa con uscite sicure, si conclude, curiosamente, con una sollecitudine di Flora che enuncia più o meno lo stesso principio con cui la D.ssa Alessandra Dolci, coordinatrice distrettuale antimafia, aveva sintetizzato il precedente incontro su “Mafie e Ristorazione”: “Chi non sa non vede” diceva il magistrato, “evitare di ignorare” chiosa Matteo G.Flora riferendosi ai blogger che fingono di entusiasmarsi per qualsiasi cosa, finendo di non aver avuto un beneficio in cambio; il fiato sul collo è già una buona medicina per curare questa patologia.

Aldo Palaoro

 

pubblicato su Sala & Cucina in data 26 marzo 2018

Università di Pollenzo, laboratorio del buon futuro

Duncan Okoth Okech è un ex borsista dell’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo che ha preso la parola nella giornata dedicata a celebrare la magia dell’incontro tra sostenitori e borsisti.

Duncan, convinto a parlare in italiano da Carlin Petrini, “perché in inglese non avrebbe avuto lo stesso effetto”, viene dal Kenia, ha, così, pesato le parole, partendo da lontano, da un piccolo villaggio del Kenia, dove lui, figlio di famiglia poligama, a causa del cambiamento di equilibri tra le diverse mogli di suo padre, a soli 3 anni venne abbandonato. Accolto a Nairobi da un parente, finisce di nuovo per strada a 10 anni, ma, grazie al suo primo fortunato incontro, riesce a trascorrere l’adolescenza in un orfanotrofio, già, c’è chi si sente molto fortunato per aver vissuto in un orfanotrofio.

Quella comunità di bambini è stata la sua prima ancora di salvezza e lo ha stimolato a impegnarsi nello studio.

Un secondo incontro sarà importante, un italiano, di quelli che rendono orgogliosi tutti noi, il quale, in quella comunità, trovò una figlia adottabile e divenne amico di Duncan. Da questo rapporto nacque l’occasione di un nuovo incontro con Simona Salvi (scriverne il nome è importante, perché più volte citata nel discorso di Duncan, quasi come un mantra), la quale colse qualcosa in lui che avrebbe voluto proseguire gli studi, ma non poteva permetterselo, e lo convinse a fare richiesta per una Borsa di Studio presso l’Università di Pollenzo.

Fallito il primo tentativo, nel 2015 il successo arrise a Duncan, che, nel frattempo fece conoscenza di Hanna Spengler, della Segreteria della scuola, l’ennesimo incontro del destino, perché fu la sua determinazione a metterlo letteralmente sull’aereo che lo portava in Italia, superando gli ostacoli dell’ultimo momento per il Visto.

All’Università Duncan incontrò tanti altri Duncan e centinaia di studenti da tutto il mondo (dal 2004 ad oggi 2541 studenti, di cui il 10% borsisti, la maggioranza stranieri di 70 Paesi diversi) ed incontrò Carlin Petrini prodigo di buoni e saggi consigli.

Così arriviamo alla serata del 16 febbraio quando, nell’Aula Magna dell’Agenzia di Pollenzo, Duncan ha restituito ai presenti la magia di tutti questi incontri nell’incontro con un’altra comunità, con chi a lui e ad altri 232 in questi 15 anni ha garantito quel diritto al studio sacrosanto che qui a Pollenzo, più che in altri luoghi, attraverso il dialogo sul cibo, forma una generazione di portatori di Pace.

Una lezione inaspettata di cui devo ringraziare Cristina Brizzolari, di Riso Buono, che, poco dopo Duncan, ha parlato comprensibilmente emozionata, a nome delle aziende sostenitrici.

Chissà se, come il visionario fondatore di Slow Food, dice, con semplicità disarmante, i vari Duncan che passano di qui, una volta tornati ni propri Paesi saranno leader a casa propria e semi di un futuro migliore per la convivenza dell’uomo.

Un futuro buono che si costruisce attorno ad una tavola, non c’è migliore metafora per il mondo di domani.

Aldo Palaoro

 

articolo pubblicato su Sala & Cucina in data 19 febbraio 2018

Comunicazione alla deriva

Quando con Samanta Cornaviera e Valerio Massimo Visintin abbiamo pensato a DOOF, tra i diversi malanni del mondo del Food, che abbiamo cercato di mettere in evidenza, di uno di questi speravamo fosse inutile parlarne, perché si credeva fosse sufficiente averne accennato, marginalmente, nell’incontro sul Social Food, mi riferisco agli epigoni degli Influencer. Già l’influencer è già quasi il passato, il presente sono gli emuli.

Ritenevamo, un po’ ingenuamente, che alcuni eccessi negativi di questa nuova forma di auto-comunicazione, sottolineati nel corso del dibattito, facessero intendere a chi, maldestramente, ne volesse seguire le orme, che non era proprio il caso.

Invece no. Sempre più spesso, direi quotidianamente, si assiste allo sviluppo invadente di una nuova tecnica.

È molto semplice: ci si propone a diverse testate (anche le più diffuse ci cascano), come collaboratore, senza pretendere un compenso per gli articoli scritti. Si fa credere all’editore di turno, il quale non si fa certo scappare l’opportunità di manodopera a gratis, che come moneta basti la visibilità di cui si godrà nel settore grazie alla mole di articoli scritti.

Parallelamente, e grazie proprio a quella visibilità derivata, ci si propone con altrettanta voracità ad aziende, consorzi, ristoranti, tutti affamati della stessa visibilità.

Naturalmente le aziende sono ben felici di pagare poco il sedicente giornalista anziché spendere molto per uno spazio pubblicitario, rassicurate dal fatto che questa distorta modalità di novello ufficio stampa porti a citazioni certe e frequenti, tante quante le collaborazioni di cui sopra, facile no?

Non è finita, perché il circolo virtuoso, anzi, scusate, il circolo vizioso viene alimentato anche attraverso un’accurata strategia di auto promozione con la diffusione a mezzo Social (tutti quelli in più in voga) della propria immagine e assidua presenza a tutti gli eventi possibili. Va da sé che, nel gioco collaborazioni/uffici stampa, questo sistema perverso si autoalimenta, perché più scrivo e più sono invitato dagli altri uffici stampa (senza contare che, a forza di aumentare le aziende clienti, aumentano gli eventi degli stessi, in una girandola infernale infinita).

Pensate sia tutto qui? Ingenui!

C’è ancora un’azione messa in campo dai nostri eroi della marchetta: la auto-marchetta. In pratica nella strategia, descritta prima, di auto-promozione si fa in modo di mettere in vista prodotti o citare aziende, con il duplice scopo di avere un ulteriore mezzo di comunicazione a disposizione delle proprie aziende già in portafoglio e gettare qualche esca per futuri possibili nuovi clienti, citati a gratis, in attesa che lo diventino a tariffa.

Ricapitoliamo: scrivo ovunque gratis e rovino la professione del giornalista, cito sistematicamente le mie aziende clienti, macchiandomi di grave conflitto di interesse, trasformo me stesso in un prodotto da promuovere per far passare più facilmente la pubblicità di qualsiasi cosa, facendo marchette anche preventive, per compiacere potenziali nuovi clienti. E quanta tenerezza fanno costoro che pensano che un piccolo, quasi invisibile, hashtag come #ad basti a farli sentire nel giusto, a pulirsi la coscienza.

Se ancora vi state chiedendo come sia possibile che a un giornalista sia permesso tutto ciò senza che, prima o poi, una sanzione metta fine all’esecrabile giochetto, be’ la risposta è semplice, anzi le risposte. Il più delle volte, infatti, costoro non sono giornalisti, ma, nel caso dei nostri eroi, c’è anche chi gioca sull’equivoco, magari qua e la lo scrive anche il titolo professionale usurpato, perché tanto chi controlla? Già, perché, ormai, chiunque può scrivere di qualsiasi cosa ed è colpa anche dell’Ordine dei Giornalisti che, non essendo esente da iscritti i quali, nel tempo, abbiano tenuto esattamente lo stesso comportamento, non ha più sufficiente credibilità per intervenire con autorevolezza. Dunque, seconda risposta, nessun controllo dagli organi deputati alla vigilanza, pertanto, nessuna azione sanzionatoria.

E le aziende? Già le aziende…colpevoli anch’esse. Infatti, dicevamo, questo nuovo gioco piace, perché permette di spendere poco e ottenere, anzi pensare di ottenere, tanta visibilità. Si tratta, invece, di un’operazione a perdere, nel medio termine. Affidarsi a questi nuovi comunicatori, che fanno dell’espediente il proprio modello di vita, garantisce risultati effimeri, appunto a termine, perché passano veloci, non lasciando traccia evidente; le cose che fanno e comunicano non rimarranno nella memoria dei lettori/consumatori. Così si commette un ennesimo peccato grave, questa volta ai danni dei professionisti della comunicazione e delle aziende virtuose, quelle che non usano scorciatoie, ma si affidano ai primi per campagne di comunicazione serie, durevoli, efficaci a lungo termine.

Come se ne esce? Non ho una ricetta, mi spiace, questa è la fase in cui si osserva un fenomeno, lo si studia, se ne riconoscono i sintomi, lo si denuncia. L’antidoto non è ancora stato pensato, testato, prodotto.

Per cominciare, però, si può almeno riconoscere che un problema c’è, che un virus ha aggredito il corpo della comunicazione, avvertirne la presenza è già importante, per capire come affrontarlo, per fare educazione professionale agli editori che devono ritornare ad essere tali e pagare il lavoro dei propri collaboratori, alle aziende che devono imparare a riconoscere la professionalità distinguendola dalla cialtroneria.

Anche sulle marchette si può lavorare, anzi, può esser quello il nostro primo gioco.

Identifichiamole, facciamole notare, denunciamo i comportamenti più o meno mascherati e poi via alla delazione, la forma decidiamola insieme.

Aldo Palaoro

 

diventeremo così?

             diventeremo così?

P.S. il mio Editore, Catering News, naturalmente, paga i miei contributi letterari che, cortesemente, vengono pubblicati, di tanto in tanto, su Sala & Cucina