Archivi categoria: Milano

Medagliani, per una storia della Ristorazione

ARTICOLO PUBBLICATO su Sala & Cucina il 30 maggio 2018

Conoscete Medagliani? Chi risponde di no abbandoni queste pagine, perché ha sbagliato sito oppure si faccia una visita qui, prima di continuare, almeno saprà di cosa si parla.

Medagliani è una persona (Eugenio), è una famiglia (da tempo c’è anche Simone con moglie e filgi, ma prima di Eugenio c’erano il padre ed il nonno), è un marchio, inossidabile, è un luogo dove cuochi e ristoratori amano trascorrere un po’ della propria giornata in compagnia della storia della propria professione.

Ricordo di aver conosciuto Eugenio Medagliani alla fine degli anni ’80, naturalmente già un’istituzione, mentre io ero alle prime armi e grazie all’amico Enrico Piazza, imparavo e conoscevo il meglio di un settore, quello della Ristorazione che era ancora lontano dai fasti e dalle, ahimè, derive del giorno d’oggi.

Conoscevo già Gualtiero Marchesie scoprii, con piacere, che il Maestro e Medagliani, due maestri insomma, erano ottimi amici, anzi, si compensavano creando l’uno le ricette e l’altro procurando tutto ciò che serviva per prepararle o servirle.

Eugenio è il calderaioche, giunto alla terza generazione, dopo il nonno Pasquale che fondò l’attività nel 1860 e il padre Giannino, la fece crescere e diventare il punto di rifermento per tutti i cuochi, italiani e stranieri.

La sua casa, fino a qualche anno fa in centro città, ora in periferia (via Privata Oslavia) per avere lo spazio che si merita, è sempre stata il luogo delle meraviglie, dove puoi trovare il pentolone che ci entri anche tu o la forma della mano per un famoso piatto di Pietro Leemann, fatta a mano, naturalmente. Una casa dove, se ami la cucina, ti senti come un bambino nel paese dei balocchi e, se ti capita di sederti davanti ad Eugenio, mentre si mangia una mela, il suo pranzo da quando lo conosco, potrai ascoltare le storie più intriganti della ristorazione internazionale.

Tutto questo me lo ha ricordato l’evento che annualmente si tiene da Medagliani, con tanti amici che approfittano per una visita per conoscere qualche novità, ma soprattutto, per salutare il signor Eugenio.

Quest’anno, andandoci, mi è venuto in mente che lo scorso anno c’era ancora Gualtiero e fu l’occasione per chi si trovava lì in quel momento per uno scatto che oggi è un bel ricordo da rivedere.

Aldo Palaoro

KATZ che buono!

ARTICOLO APPARSO su Panino Magazine il 28 maggio 2018

Attirato dall’intrigante annuncio Social di Marco Salamon, titolare diCibario(gastro boutique da strada, di via Confalonieri a Milano), che, in questa settimana, avrebbe messo in carta niente po’ po’ di meno che un “pastrami” alla moda di KATZDelicatessendi New York, cado nella tela golosa del ragno tentatore e mi precipito a cavallo di una bicicletta del Comune per assaggiare il prelibato ed evocativo panino.

La trappola, peraltro, era stata ben congegnata, infatti, già da qualche giorno l’insegna del mitico locale della Grande Mela campeggiava sulla pagina Facebook di Marco, annunciando una sorpresa, facile da indovinare ed anche il nome scelto per il panino, “Brooklyn Sandwich con pastrami, senape e insalata”, era lì a dirti che sarebbe stato come fare un viaggio a New York City.

D’altra parte il quartiere Isola, dove è ubicato Cibario, è un po’ il nostro Village e come non immaginare, mentre ti gusti il tuo panino di carne speziata, di essere a New York, seduto sulle panche accanto alla Piccola Libreria Liberada strada adibita a book crossing proprio da Marco, all’ombra dei verdi grattacieli disegnati daStefano Boeri?

L’effetto sembra quasi voluto e, socchiudendo gli occhi, nell’estasi tra un boccone e l’altro, quasi sembra di sentire Meg Ryanmentre simula un orgasmo davanti ad un imbarazzato Billy Crystal, nella celebre scena di “Harry ti presento Sally” girata proprio da KATZ.

Il panino viene servito in forma di tramezzino, suddiviso in quattro triangoli, abbondanti e gratificanti, ma, tranquilli, non nella porzione ciclopica che viene servita a NYC che sfamerebbe una famiglia intera, il costo è di 6 €; per il momento solo questa settimana, poi, se i clienti insisteranno, chissà.

Aldo Palaoro

Aperitivo900, il gusto ritrovato degli Alberghi d’epoca

 

 

(i preziosi oggetti raffigurati provengono dalla Collezione Privata di Lafamilyfood®)

Samanta Cornaviera è una persona determinata e da qualche anno sta profondendo grandi energie in un progetto unico e originale. Prendendo spunto da una rubrica apparsa nel primo numero de La Cucina Italiana nel 1929, denominata Massaie Moderne, ne ha fatto quasi una missione, appassionandosi alle ricette della prima parte del secolo scorso, estendendo, poi, le sue ricerche a tutto ciò che poteva fare da contorno: poesia, letteratura, arte, oggettistica, abbigliamento. Il tutto è confluito in un contenitore online chiamato appunto massaiemoderne che ha il compito di trasmettere ai posteri il grande patrimonio culturale di quegli anni legato al mondo del cibo.

Oltre al blog, prezioso scrigno di gustose, a volte bizzarre, ricette, spesso ideate da grandi del passato, D’Annunzio su tutti, o più banalmente intitolate alle celebrità del periodo in cui venivano elaborate e proposte dai cuochi dell’epoca, tra questi grande merito ad Amedeo Pettini che fu anche cuoco del Casato Reale, Samanta scrive su riviste di settore (la Cucina Italiana prima ed ora Grande Cucina) e organizza eventi.

Noi abbiamo partecipato all’anteprima di uno di questi presso il Diana Majestic Hotel che celebra quest’anno il 110° anniversario di fondazione e, con l’occasione dell’inaugurazione del giardino estivo, ha aperto le porte ad un numeroso pubblico in una serata il cui filo conduttore era appunto il nostro glorioso passato, artigianale, gastronomico.

Aperitivo900 è l’evento proposto da Samanta Cornaviera.

Nella prima serata abbiamo, così, assaggiato crocchette di gamberi alla De Amici, scatolette di cetrioli alla Eleonora Duse, melone gelato alla Regina Elena e Insalata D’Annunzio, accompagnati da un Green Spritz, verde per l’impiego di P31 un liquore a base di erbe officinali, erbe aromatiche e assenzio.

Non vediamo l’ora di scoprire quali altre prelibatezze l’Archeologa Culinaria suggerirà, mettendo alla prova i cuochi del Diana Majestic nelle prossime date di giovedì 14 giugno, 19 luglio e 16 settembre, quando chiunque potrà chiudere gli occhi e rivivere un vero e proprio viaggio nella storia.

Aldo Palaoro

La colazione è un piacere lento

Piccolo Peck foto colazione

Ricordate la scena del film “C’è posta per te” con Meg Ryan che entra in uno Starbucks, mentre la voce fuori campo di Tom Hanks elenca le numerose varianti personalizzate di bevanda che gli avventori richiedono?

Questa scena comincia a vedersi anche da noi, non solo perché la nota catena internazionale sta per arrivare a Milano, ricordate la polemica sulle palme in piazza Duomo? Be’, una mossa pubblicitaria senza dubbio azzeccata. In ogni caso, i concorrenti di quel genere di Coffee shop ci sono già e hanno una clientela che molto si avvicina al pubblico milanese che corre in ufficio tutte le mattine. Tuttavia, per noi italiani, fare colazione è importante e, piuttosto, preferiamo uscire di casa qualche minuto prima per concederci una colazione meno frenetica.

Milano, si sa, offre molto e, ultimamente, la qualità media si sta elevando, così, come è successo per la Pizza, un piatto che fino a pochi anni fa era difficile mangiare con soddisfazione in città e la cosa ci metteva in imbarazzo rispetto alla patria della pizza con relativi sfottò degli amici napoletani che vivono a Milano, la stessa cosa si poteva dire del momento della colazione, con poche possibilità di gustare un buon caffè con una buona brioche.

Finalmente però qualcosa è cambiato e l’offerta comincia ad essere più che soddisfacente e varia con molte insegne che hanno capito che il momento della colazione è uno spazio di concorrenza che fa bene alle entrate di tutta la giornata.

Insomma, possiamo considerarlo il biglietto da visita di un esercizio e, se mi trovo bene da subito, ci potrei ritornare volentieri durante la giornata per un pranzo veloce, per una pausa caffè, per un aperitivo.

Nota di merito, dunque, a Peck che da qualche tempo ha ristrutturato il piano terra dello storico negozio creando “Piccolo Peck”, dando libero sfogo ai pasticceri guidati da Galileo Reposo che, alla selezione di ottimi caffè proposti dal bar, oltre ad una miscela personale di 5 arabiche diverse, anche la proposta, una volta al mese, di una monorigine, abbinano un trionfo di specialità dolci, ma anche salate. Gli ingredienti, nel solco della tradzione di Peck, sono di grande qualità, mano e creatività sono indiscusse, il risultato è il piacere di cominciare la giornata al meglio.

Aldo Palaoro

Food Sociale, la dignità di un pasto come riscatto

Cosa si intende oggi per Food Sociale? Si può affermare che sia al tempo stesso un’azione attiva e passiva? Il cibo può essere strumento di recupero, recupero alla società, intendendosi non solo che chi ha bisogno di mangiare e non può permetterselo, lo riceve, senza nulla in cambio, se non la riconoscenza, ma anche che il cibo, inteso come lavoro per prepararlo, può essere strumento di recupero sociale, di ritorno al consesso civile.

Dunque il gesto della condivisione del pane è ancora più ricco di significati, li comprende tutti, è dono che si riceve e dono che si fa.

Nel ricevere oggi vengono comprese innumerevoli attività, il concetto di “mensa dei poveri” fortunatamente si è evoluta e non solo nel lessico. I modi di accogliere chi è in difficoltà anche momentaneamente, sono diversi, come diversi sono i soggetti che prestano la propria opera affinché, il più possibile, nessuno resti senza cibo. Ammettiamolo, almeno a noi stessi, si è sempre stati sensibili, man mano che la società diventava sempre più opulenta, a non lasciare nessuno affamato, perché da sempre superfluo, spreco e mancanza stridono se guardati insieme.

Oggi, però, ancor di più, perché le espressioni visibili in cui il cibo è messo in mostra sono tante, forse troppe e, certamente, lo stridore sarebbe più fastidioso.

Dunque, questo lato della medaglia del cibo è affrontato, con la salvaguardia della dignità. Interessante sarà enumerare e monitorare tutte le forme di aiuto in corso e, soprattutto, valutare con esperti quali possono essere altre e nuove forme per aiutare, per dare a tutti un pasto, sempre.

Nondimeno interessante l’altro aspetto accennato in premessa che si riferisce ad iniziative dove il cibo diventa un potente toccasana, quindi non si limita a far bene come nutrimento, ma è un modo per riscattare il proprio passato.

Negli ultimi anni e ben prima della bolla televisiva, sono i dirigenti delle Carceri che hanno capito come preparare un pasto fosse una delle attività più importanti per rieducare al consesso civile. Panificazione, pasticceria, ma anche veri e propri ristoranti, da qualche tempo aperti al pubblico come una qualsiasi attività commerciale e con successo di critica. Quali e quante sono queste iniziative? Quale futuro hanno le persone quando escono dal carcere ed hanno fatto il percorso del cibo?

Sarà interessante chiedere a chi ha avuto queste idee e le ha sviluppate con determinazione, come si sono sviluppate, quali difficoltà si devono affrontare e quali opportunità hanno creato.

Milano: alle Biciclette la libertà d’aperitivo e cena

El Gran Burghe de Milan - Le Biciclette

Scusa dove posso andare per un aperitivo? E se volessi mangiare qualcosa sul tardi?”

Quante volte vi capita di ascoltare queste domande? Tante e, automaticamente, cominci virtualmente lo scandaglio satellitare delle diverse porzioni di città, spesso con magri risultati.

Prendo spunto dall’aneddotica personale, per porre una questione generale, e fotografare un cambiamento evidente nelle abitudini dei consumatori che ancora poco si riscontra nell’offerta degli esercenti. Tutto questo partendo dalla città che dell’aperitivo ne ha fatto uno stile di vita, un momento della giornata che ha segnato la vita di generazioni a partire dagli anni ‘80 quando un’indovinata campagna pubblicitaria di un celebre amaro fissò un’epoca in una frase “la Milano da bere”.

Da allora tanta acqua o meglio tanto alcool è passato sotto i ponti, ma, soprattutto, si sono succeduti alcune modalità di proposta enogastronomica da quel momento, anch’esse divenute simbolo delle epoche successive, ma delle quali, siamo contenti di farne a meno e passare oltre. Mi riferisco all’Happy Hour, nato bene, cresciuto male, con offerte a volte disdicevoli e la famigerata Apericena, di cui il nome è già indigesto.

Come andare oltre, dunque, magari tornando al passato o meglio, individuando quei luoghi dove l’attenzione all’offerta è rispettosa degli ingredienti, della storia di un locale, in definitiva dei clienti?

In pratica si comincia con il chiamare le cose con il loro nome, permettendo una scelta alla carta di assaggi che fanno “aperitivo”, ma, volendo, anche “cena”, senza confusione e senza abbuffate di piattini tanto per riempirsi la pancia senza gusto e qualità.

Qualche esempio comincia ad esserci e tra i migliori interpreti di una nuova tendenza che piace, segnaliamo Le Biciclette, il locale di Ugo Fava in via Torti, zona Conca del Naviglio, che possiamo definire storico nell’ambito specifico della vita serale milanese, nato sul fine del secolo e frequentato assiduamente da una clientela trasversale, che ama luoghi accoglienti e buon cibo.

L’occasione per parlarne è legata, peraltro, ad una nuova proposta specifica che abbiamo assaggiato, scelta da un ragionato menu di piatti buoni in porzioni adeguate, “El Gran Bürgher de Milàn” abbinato al Cocktail “Tutt’el dì”. Si tratta di un atto d’amore per la propria città, un hambugher in stile “meneghino” nel senso che, al posto del classico pane spugnoso, utilizza una Michetta, prodotta in esclusiva da un panificio del quartiere, con Luganega, Gorgonzola, foglia di Verza sbollentata, Cipolla tagliata fine e sbiancata e crema di Rafano. Noi, volendo anche in versione mini, lo abbiamo mangiato bevendo un cocktail pensato “per tutta la giornata” ed ecco il significato del nome, a base di gin, liquore allo zenzero, miele e succo di limone.

Chissà se Le Biciclette, tornando al passato, faranno scuola per il futuro e, finalmente, si spazzeranno via pessime abitudini, offrendo un servizio adeguato ai tempi liquidi di oggi, quando, se voglio mangiare qualcosa di buono a tutte le ore e nelle modalità più informali possibili, non saremo più in imbarazzo.

Dunque, alle domande iniziali, qualche risposta in più oggi l’avrò, andate alle Biciclette.

Aldo Palaoro

Hai voluto la bicicletta?

Bicicletta Take Away

Da giorni pensavo a questo articolo, oggi, leggendo l’editoriale di Massimo Sideri sul Corriere, ho deciso che fosse il momento per condividere una considerazione che in quel l’articolo non emerge chiaramente.

Sarà capitato anche a voi di incrociare, soprattutto la sera, intrepidi ciclisti che scorrazzano per la città oberati di ingombranti contenitori a marchio Deliveroo o Foodora (le più note), per consegnare a domicilio la cena di qualcuno.

Certamente, tra chi legge, qualcuno ha usufruito di questo servizio, sia come utente che come fornitore. Nulla di nuovo, perché la pizza a domicilio è una conquista che conta qualche lustro.

Le novità stanno nel ventaglio di offerte, ormai infinito e nella concorrenza sulla rapidità del servizio. Soprattutto, però, è l’evoluzione tecnologica a far la differenza, perché, se fino a poco tempo fa, ci si limitava a comporre un numero telefonico della pizzeria sotto casa o di una di quelle che, grazie ad una capillare diffusione di volantini/menu in ogni buca delle lettere a tiro di motorino, oggi l’ordine si fa e si controlla attraverso il proprio smartphone o sul computer.

Se vogliamo, lo sviluppo del mercato del pasto a domicilio è una buona notizia sul versante lavoro dal momento che i numeri in crescita corrispondono all’impiego di nuove risorse.

Sideri, a questo proposito, però, sul Corriere punta il dito sulle società che gestiscono il servizio, mettendo in collegamento gli utenti con i ristoratori e organizzando la consegna affidandosi, perlopiù a giovani studenti che arrotondano o disoccupati in cerca di lavoro. Nell’articolo si stigmatizza il modello definendolo un passo indietro per i lavoratori, sia per la precarietà che per lo spostamento del peso del capitale in carico al lavoratore, il quale usa mezzi e garretti propri. Si parla di un costo orario di circa 8€ senza tutele.

C’è un punto, invece, sul quale mi soffermo a riflettere quando vedo i ragazzi sfrecciare, magari inforcando biciclette non molto visibili nel traffico notturno. Noi che usufruiamo del servizio siamo consapevoli del rischio che questi corridori del cibo corrono ogni volta che escono da un ristorante e pedalano fino a casa del cliente? E per noi non intendo solo noi clienti, ma i ristoratori.

Ci rendiamo conto della responsabilità che ci assumiamo nei confronti di una lavoratore che con una bicicletta sgangherata e poco illuminata se ne va zigzagando per la città?

Cari ristoratori avete mai pensato che un ragazzo che va in giro di notte in bicicletta senza luci, oltre ad essere fuori norma per il Codice della Strada, rischia la vita? Davvero pensate, una volta consegnato il pacco cibo al corriere, che ci si possa dimenticare il problema, magari le eventuali conseguenze di un incidente in strada?

Soluzione? Al momento una semplice, le società dovrebbero fornire i mezzi, dotati di tutte le forme di sicurezza; sarebbe una buona immagine anche per loro e sarebbe una garanzia di serietà nei confronti di utenti e ristoratori.

Aldo Palaoro

(foto da UrbanBM)

Cuochi sull’orlo di una crisi di nervi

Cuochi sull'orlo immagine

Quando si partecipa ad una presentazione di un libro di Valerio Massimo Visintin, a parte divertirsi molto, si rimane sempre con un po’ di amaro in bocca.

Non pensate male, non sono tartine dal sapore sgradevole o cocktails bislacchi a rovinare il gusto, anche perché è uno dei pochi eventi di settore che lascia i presenti a bocca asciutta. Ciò accomuna i convenuti è più che altro una sensazione di amarezza rispetto all’immagine deformata di un settore che lo specchio magico del critico del Corriere della Sera riflette. Attenzione, però, la deformazione che vediamo riflessa, in questo caso, è l’immagine della realtà, ecco la magia che Visintin riesce a fare. Il suo punto di osservazione, senza filtri, senza condizionamenti, registra ciò che vede, un mondo tutto lustrini e cotillons e ce lo restituisce nella crudezza più disarmante, una verità che vorremmo fingere di non vedere.

In “Cuochi sull’orlo di una crisi di nervi“, felice seguito di “Osti sull’orlo di una crisi di nervi” l’autore, che ricordiamo, grazie al fatto di esser sconosciuto, visita ristoranti in incognito dal 1990 e, quando appare in pubblico, si maschera da “uomo nero”, invitando se stesso e noi tutti a non prendersi troppo sul serio, raccogliendo il meglio degli articoli pubblicati negli ultimi anni, affronta ed approfondisce i temi legati al mondo della ristorazione, riuscendo a cogliere, con arguzia e ironia, gli eccessi di tutti i protagonisti. Cuochi filosofi, cuochi matematici, cuochi alchimisti, cuochi tatuati, cuochi hipster, tutti simpaticamente presi in giro e messi, metaforicamente, nello stesso girone infernale di bloggers marchettari, comunicatori con il complesso di “Giano Bifronte”, giornalisti colpiti dal terribile e incurabile virus del conflitto d’interesse.

Un circo di personaggi più o meno imbarazzanti, tenuto insieme dall’obiettivo comune di portare a casa la pagnotta e non solo in senso figurato.

Un piccolo mondo fatto di piccoli uomini che non farebbe del male a nessun se non fosse che, dietro ad un settore pur di nicchia come questo, ci sono degli interessi importanti, a volte leciti, ma forse poco opportuni, spesso illeciti e pericolosi. Così può accadere che la vanità di qualche giacca bianca o, più semplicemente, la comodità del riciclo di denaro diventino la porta principale per l’ingresso della malavita organizzata. Anche su questo ci mette in guardia il prode Visintin.

Non resta, dunque, che ridere, per non piangere, e con questo libro si ride molto, a lungo, ripensando ad Expo, alle fatiche ercoline per accaparrarsi un posto in fila anche solo per fare una fila o ritrovarsi soddisfatti di bere, dopo lunga attesa, una birra che avremmo acquistato senza coda al bar sotto casa. Si sorride delle nuove mode nell’abbigliamento e nel look dei giovani cuochi, ci si indigna per il comportamento biasimevole di bloggers, giornalisti e uffici stampa, ridotti ad un ruolo da macchietta, quasi da “maîtresse” della comunicazione.

Ce n’è per tutti, anche per gli architetti, complici dei cuochi nel rappresentare al peggio le nuove mode estetiche, dove la tovaglia è un orpello inutile e i muri scrostati sono ormai l’irrinunciabile segno edilizio distintivo di questa decade (già di Visintin la fulminante definizione “clochardè” ormai entrata nel lessico comune).

Una girandola di comportamenti, alcuni indotti, alcuni spontanei, che portano a pensare, appunto, che “l’orlo di una crisi di nervi” sia ormai vicino per molti. Nervi che saltano ai clienti che mal sopportano tutte le peggiori rappresentazioni di questo settore, nervi distrutti per quei cuochi che vivono, ancor più che nel passato, una vita sempre sopra le righe. Provate voi, in effetti, a scrivere libri, condurre programmi televisivi, presentare cooking show, partecipare a congressi, declinare il proprio ristorante in diversi modelli, il principale, il bistrot, il franchising, apparire a fiere di settore e non, fare consulenze, firmare menu…ah e poi anche ricordarsi di cucinare…prima o poi è “crisi di nervi” assicurata.

Valerio Massimo Visintin

“Cuochi sull’orlo di una crisi di nervi”

Terre di Mezzo Editore

187 pagine

12 €

 

Articolo pubblicato da Sala & Cucina il 24 maggio 2016

Fuorisalone o FuoriSagrone?

Sagra

Si è appena conclusa la settimana più viva dell’anno a Milano, quella del Salone del Mobile, l’appuntamento clou del calendario fieristico italiano e con esso, grazie ad un’idea nata, quasi spontaneamente, anni or sono, è tornata ad accendersi la città per la costellazione di eventi piccoli e grandi sotto il cappello del Fuorisalone.

Ma rispetto al settore che ci riguarda, il Food, come possiamo giudicare quanto osservato?Oggi, a distanza di quasi 30 anni dai primi timidi tentativi di animare la città, si potrebbe dire “C’era una volta il Fuorisalone…” sì, perché, a ben vedere, ciò che era nelle intenzioni di chi lo immaginò negli anni ‘80 e ne vede oggi l’eccessiva debordante presenza di eventi e brulicar di persone, credo ricordi con nostalgia il tempo che fu.

Fa quasi tenerezza pensare allo sciamare di giovani architetti, tutti di nero o grigio vestiti, tra un punto e l’altro di Milano, quasi a disegnare un tracciato da settimana enigmistica, per godere della vista di tante novità tutte insieme e sperare in qualche incontro fortuito con i grandi dell’Architettura nella più assoluta normalità, tra colleghi (anche a me accadde più volte di incontrare Achille Castiglioni, Gae Ualenti e tanti altri).

Costoro erano arrivati al punto di snobbare il Salone, epicentro del business per i mobilieri, che, forse, un po’ di preoccupavano di questa creatura esterna che cannibalizzava la vera fiera. Oggi la situazione sì è quasi ribaltata, per loro fortuna e in modo spontaneo, così come era nato il Fuorisalone, perché gli architetti, stanchi e infastiditi dall’orda barbarica in costante movimento di gambe e di mandibole, è ritornata a frequentare il Salone e agli altri è rimasto quello che definirei oggi il FuoriSagrone.

Sì, la città, in questa settimana, si trasforma in un enorme mangificio e a poco valgono gli eventi che, nel frattempo, danno un tocco artistico oltre che architettonico all’evento, e di questo ringraziamo i grandi maestri, perché il vero interesse del popolo del “fuori” è cibarsi, in continuo e di qualsiasi cosa.

Ecco allora che dalle democratiche tartine, offerte per ringraziare coloro che, con tenacia, nell’arco di poche ore cercavano di visitare più esposizioni e presentazioni possibili, siamo oggi alla rincorsa del cuoco più o meno celebre, inserito come ciliegina sulla torta in qualsiasi “location”, purché prestigiosa, anzi, scusate, “cool”.

Ed ecco che, quantomeno per il nostro settore gastronomico, perché rimango dell’idea che per gli addetti ai lavori del mondo dell’architettura la questione rimanga seria, il Fuorisalone si è trasformato in FuoriSagrone, dove il divertimento per i foodies è la caccia al tesoro, dove le monete d’oro sono i cuochi di tutta Italia che, per una settimana, animano, forse un po’ inconsapevolmente, la Sagra più grande d’Italia.

Aldo Palaoro

Pubblicato su Sal & Cucina il 18 aprile 2016

Ritorna Expo, Regione Lombardia ed il turismo da sagra

Wonderful Expo

Quel “ritorna Expo” è l’incipit più usato in questi giorni su molte testate e svela molte cose di come è stata vissuta l’esposizione universale del 2015 e cosa di essa, i vertici della Regione Lombardia, hanno capito.

Non solo, dice molto di come la Giunta lombarda, che in fondo è guidata da un musicista da sagra di paese, consideri i suoi abitanti, in particolare quelli che vivono al di fuori dell’accampamento chiamato “Mediolanun”, un popolo incolto da gestire con “panem et circenses”.

Già, perché pare proprio che la politica turistica lombarda si poggi su questi due pilastri, da una parte con la scelta discutibile di organizzare, tra i resti di Expo, una sagra lunga una stagione intera, dall’altra riesumando quell’esempio di disorganizzazione e…no, lascio alla magistratura eventuali giudizi dal rilievo penale, che fu Explora, che si distinse per la totale inutilità della sua azione di promozione, nonostante i milioni dei cittadini spesi nel frattempo.

Unendo le due cose, vien da pensare che forse è proprio questa la strategia di promozione della Regione Lombardia, organizzare sagre, sagre, sagre, in modo che i cittadini si sfoghino, anzi si strafoghino e non pensino, ad esempio, che, nella regione più efficiente d’Italia, per prenotare una visita medica o un esame, con servizio sanitario nazionale, ci vogliano mesi, mentre, “a libera professione”, la puoi fare il giorno stesso. Ecco Explora, con il nuovo nome Explora Tourism e nuovi soldi (leggo di 3 milioni per 19 fortunati dipendenti) sarà forse questo, un’arma di distrazione di massa, elevando il “mondo del fuff” a categoria del pensiero, e poco importa se al di là dei confini nazionali gli stranieri continuino a non sapere cosa succede qui, quali bellezze paesaggistiche ed architettoniche abbiamo, quale biodiversità esprimiamo nelle sfaccettate tavole di ogni singolo comune.

L’importante è far pensare ad altro, immaginare che la soluzione sia affidarsi a chi riempirà di vuoti contenuti (l’ossimoro, se ve lo state chiedendo, è voluto), i nuovi strumenti di comunicazione, i social.

Ecco cosa hanno capito in Regione Lombardia di Expo, che era una grande sagra del cibo e del divertimento, che i contenuti non erano importanti, importante era mangiare e bere qualsiasi cosa, magari tralasciando le più esotiche perché alle fauci padane non vanno giù, concentrandosi solo sulle salamelle, e poco importa se i ristoranti di Milano e dintorni trascorreranno un’altra estate ad aspettar clienti che non ci sono. D’altronde ci ricordiamo tutti l’Assessore che invitava i bambini ad entrare in Expo per andare a cibarsi al fast food. Lì siamo rimasti “Panem et Circenses”.

Aldo Palaoro

pubblicato su Sala & Cucina in data 15 aprile 2016