Archivi categoria: politica alimentare

Il Panino Solidale

Se siete in giro per Milano e avete un certo languorino, non fermatevi al primo bar che capita, ma cercate Panini Durini, ce ne sono diversi in città, poi, entrate, ma non ordinate un panino qualsiasi, scegliete prorpio quello denominato “Panino Solidale”, con Prosciutto Cotto di Salumi Pasini, Provola, Pomodoro fresco e Patè di olive. Scegliendo questo invitante panino, per tutto il mese di maggio, non solo sarete soddisfatti, ma aiuterete la Fondazione De Marchia sostenere le attività destinate ai piccoli pazienti della Clinica Pediatrica e alle loro famiglie. Per ogni panino sarà donato 1 €.

Panini Durini non è nuova a queste iniziative e, questa volta, sarà resa possibile anche grazie al coinvolgimento diretto di Salumi Pasini, azienda molto attiva e molto sensibile ai temi più etici della comunicazione.

LaFondazione G. e D. De Marchiè una Onlus nata grazie all’incontro tra un gruppo di medici e di genitori che vollero rispondere all’esigenza di occuparsi non solo delle terapie di cura dei bambini gravemente ammalati per diversi tipi di patologie croniche, ma anche fornire loro un supporto assistenziale e psicologico “umano e a misura di bambino” finalizzato a raggiungere, anche in casi di cronicità, un buon livello di qualità della vita. Oltre al sostegno economico, l’attenzione della Fondazione si rivolge al personale medico, ai ricercatori, alle attrezzature, il tutto con borse di studio finanziate da donazioni private.

Per maggiori informazioni: http://www.fondazionedemarchi.it

Aldo Palaoro

 

Articolo pubblicato il 6 maggio 2018 su Sala & Cucina

Università di Pollenzo, laboratorio del buon futuro

Duncan Okoth Okech è un ex borsista dell’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo che ha preso la parola nella giornata dedicata a celebrare la magia dell’incontro tra sostenitori e borsisti.

Duncan, convinto a parlare in italiano da Carlin Petrini, “perché in inglese non avrebbe avuto lo stesso effetto”, viene dal Kenia, ha, così, pesato le parole, partendo da lontano, da un piccolo villaggio del Kenia, dove lui, figlio di famiglia poligama, a causa del cambiamento di equilibri tra le diverse mogli di suo padre, a soli 3 anni venne abbandonato. Accolto a Nairobi da un parente, finisce di nuovo per strada a 10 anni, ma, grazie al suo primo fortunato incontro, riesce a trascorrere l’adolescenza in un orfanotrofio, già, c’è chi si sente molto fortunato per aver vissuto in un orfanotrofio.

Quella comunità di bambini è stata la sua prima ancora di salvezza e lo ha stimolato a impegnarsi nello studio.

Un secondo incontro sarà importante, un italiano, di quelli che rendono orgogliosi tutti noi, il quale, in quella comunità, trovò una figlia adottabile e divenne amico di Duncan. Da questo rapporto nacque l’occasione di un nuovo incontro con Simona Salvi (scriverne il nome è importante, perché più volte citata nel discorso di Duncan, quasi come un mantra), la quale colse qualcosa in lui che avrebbe voluto proseguire gli studi, ma non poteva permetterselo, e lo convinse a fare richiesta per una Borsa di Studio presso l’Università di Pollenzo.

Fallito il primo tentativo, nel 2015 il successo arrise a Duncan, che, nel frattempo fece conoscenza di Hanna Spengler, della Segreteria della scuola, l’ennesimo incontro del destino, perché fu la sua determinazione a metterlo letteralmente sull’aereo che lo portava in Italia, superando gli ostacoli dell’ultimo momento per il Visto.

All’Università Duncan incontrò tanti altri Duncan e centinaia di studenti da tutto il mondo (dal 2004 ad oggi 2541 studenti, di cui il 10% borsisti, la maggioranza stranieri di 70 Paesi diversi) ed incontrò Carlin Petrini prodigo di buoni e saggi consigli.

Così arriviamo alla serata del 16 febbraio quando, nell’Aula Magna dell’Agenzia di Pollenzo, Duncan ha restituito ai presenti la magia di tutti questi incontri nell’incontro con un’altra comunità, con chi a lui e ad altri 232 in questi 15 anni ha garantito quel diritto al studio sacrosanto che qui a Pollenzo, più che in altri luoghi, attraverso il dialogo sul cibo, forma una generazione di portatori di Pace.

Una lezione inaspettata di cui devo ringraziare Cristina Brizzolari, di Riso Buono, che, poco dopo Duncan, ha parlato comprensibilmente emozionata, a nome delle aziende sostenitrici.

Chissà se, come il visionario fondatore di Slow Food, dice, con semplicità disarmante, i vari Duncan che passano di qui, una volta tornati ni propri Paesi saranno leader a casa propria e semi di un futuro migliore per la convivenza dell’uomo.

Un futuro buono che si costruisce attorno ad una tavola, non c’è migliore metafora per il mondo di domani.

Aldo Palaoro

 

articolo pubblicato su Sala & Cucina in data 19 febbraio 2018

Food Sociale, la dignità di un pasto come riscatto

Cosa si intende oggi per Food Sociale? Si può affermare che sia al tempo stesso un’azione attiva e passiva? Il cibo può essere strumento di recupero, recupero alla società, intendendosi non solo che chi ha bisogno di mangiare e non può permetterselo, lo riceve, senza nulla in cambio, se non la riconoscenza, ma anche che il cibo, inteso come lavoro per prepararlo, può essere strumento di recupero sociale, di ritorno al consesso civile.

Dunque il gesto della condivisione del pane è ancora più ricco di significati, li comprende tutti, è dono che si riceve e dono che si fa.

Nel ricevere oggi vengono comprese innumerevoli attività, il concetto di “mensa dei poveri” fortunatamente si è evoluta e non solo nel lessico. I modi di accogliere chi è in difficoltà anche momentaneamente, sono diversi, come diversi sono i soggetti che prestano la propria opera affinché, il più possibile, nessuno resti senza cibo. Ammettiamolo, almeno a noi stessi, si è sempre stati sensibili, man mano che la società diventava sempre più opulenta, a non lasciare nessuno affamato, perché da sempre superfluo, spreco e mancanza stridono se guardati insieme.

Oggi, però, ancor di più, perché le espressioni visibili in cui il cibo è messo in mostra sono tante, forse troppe e, certamente, lo stridore sarebbe più fastidioso.

Dunque, questo lato della medaglia del cibo è affrontato, con la salvaguardia della dignità. Interessante sarà enumerare e monitorare tutte le forme di aiuto in corso e, soprattutto, valutare con esperti quali possono essere altre e nuove forme per aiutare, per dare a tutti un pasto, sempre.

Nondimeno interessante l’altro aspetto accennato in premessa che si riferisce ad iniziative dove il cibo diventa un potente toccasana, quindi non si limita a far bene come nutrimento, ma è un modo per riscattare il proprio passato.

Negli ultimi anni e ben prima della bolla televisiva, sono i dirigenti delle Carceri che hanno capito come preparare un pasto fosse una delle attività più importanti per rieducare al consesso civile. Panificazione, pasticceria, ma anche veri e propri ristoranti, da qualche tempo aperti al pubblico come una qualsiasi attività commerciale e con successo di critica. Quali e quante sono queste iniziative? Quale futuro hanno le persone quando escono dal carcere ed hanno fatto il percorso del cibo?

Sarà interessante chiedere a chi ha avuto queste idee e le ha sviluppate con determinazione, come si sono sviluppate, quali difficoltà si devono affrontare e quali opportunità hanno creato.

Ritorna Expo, Regione Lombardia ed il turismo da sagra

Wonderful Expo

Quel “ritorna Expo” è l’incipit più usato in questi giorni su molte testate e svela molte cose di come è stata vissuta l’esposizione universale del 2015 e cosa di essa, i vertici della Regione Lombardia, hanno capito.

Non solo, dice molto di come la Giunta lombarda, che in fondo è guidata da un musicista da sagra di paese, consideri i suoi abitanti, in particolare quelli che vivono al di fuori dell’accampamento chiamato “Mediolanun”, un popolo incolto da gestire con “panem et circenses”.

Già, perché pare proprio che la politica turistica lombarda si poggi su questi due pilastri, da una parte con la scelta discutibile di organizzare, tra i resti di Expo, una sagra lunga una stagione intera, dall’altra riesumando quell’esempio di disorganizzazione e…no, lascio alla magistratura eventuali giudizi dal rilievo penale, che fu Explora, che si distinse per la totale inutilità della sua azione di promozione, nonostante i milioni dei cittadini spesi nel frattempo.

Unendo le due cose, vien da pensare che forse è proprio questa la strategia di promozione della Regione Lombardia, organizzare sagre, sagre, sagre, in modo che i cittadini si sfoghino, anzi si strafoghino e non pensino, ad esempio, che, nella regione più efficiente d’Italia, per prenotare una visita medica o un esame, con servizio sanitario nazionale, ci vogliano mesi, mentre, “a libera professione”, la puoi fare il giorno stesso. Ecco Explora, con il nuovo nome Explora Tourism e nuovi soldi (leggo di 3 milioni per 19 fortunati dipendenti) sarà forse questo, un’arma di distrazione di massa, elevando il “mondo del fuff” a categoria del pensiero, e poco importa se al di là dei confini nazionali gli stranieri continuino a non sapere cosa succede qui, quali bellezze paesaggistiche ed architettoniche abbiamo, quale biodiversità esprimiamo nelle sfaccettate tavole di ogni singolo comune.

L’importante è far pensare ad altro, immaginare che la soluzione sia affidarsi a chi riempirà di vuoti contenuti (l’ossimoro, se ve lo state chiedendo, è voluto), i nuovi strumenti di comunicazione, i social.

Ecco cosa hanno capito in Regione Lombardia di Expo, che era una grande sagra del cibo e del divertimento, che i contenuti non erano importanti, importante era mangiare e bere qualsiasi cosa, magari tralasciando le più esotiche perché alle fauci padane non vanno giù, concentrandosi solo sulle salamelle, e poco importa se i ristoranti di Milano e dintorni trascorreranno un’altra estate ad aspettar clienti che non ci sono. D’altronde ci ricordiamo tutti l’Assessore che invitava i bambini ad entrare in Expo per andare a cibarsi al fast food. Lì siamo rimasti “Panem et Circenses”.

Aldo Palaoro

pubblicato su Sala & Cucina in data 15 aprile 2016

Mercato del Duomo, un’occasione mancata

Dumo con auto

C’era una volta piazza Duomo con le auto, così ci poteva anche stare che, seppur in tempi diversi, ci fosse un Autogrill nel centro di Milano. Le auto non ci son più, ma l’Autogrill resiste, più come categoria del pensiero, perché nonostante tutti gli sforzi di cambiare, di evolversi, il progetto del Mercato del Duomo si può considerare fallito.

Andiamo con ordine.

Lo scorso anno, di questi tempi, lo stato maggiore di Autogrill, l’architetto De Lucchi, il Comune di Milano, nella persona dell’Assessore e ViceSindaco De Cesaris, che aveva fortemente sostenuto il progetto di restauro e la nuova strategia commerciale di grande appeal per il salotto buono della città, annunciavano, come si dice “in pompa magna” la riapertura di Autogrill nella nuova veste di Mercato del Duomo.

Fermo immagine: tutti soddisfatti ed entusiasti, un luogo, da tempo trascurato, con alle spalle anche una disonorevole chiusura ad opera dell’ASL, si trasformava in un gioiello, tra l’altro, di una bellezza ritrovata, così come era appena accaduto con il restauro della Galleria Vittorio Emanuele. Tutto pronto in tempo per Expo.

Accanto ad alcuni esercizi di ristorazione, tra cui l’apprezzato e celebrato Spazio di Niko Romito, e la formula già testata in Stazione Centrale a marchio Bistrot, un mercato ove spiccavano i banchi di alcuni tra i più bravi professionisti della panificazione, della pasticceria, della macelleria ecc.

Trascorso poco meno di un anno, l’amara sorpresa, Grazioli & Co. son spariti ed al loro posto, con poche modifiche, il mercato si è trasformato nel percorso classico di Autogrill, con prodotti civetta per turisti poco avvezzi di primizie nostrane.

Cosa è successo?

Banalizzando forse non era conveniente, tutto qui. Perché, però?

Perché non ha funzionato l’offerta di prodotti da banco buoni, freschi, di alta qualità?

Innanzitutto il luogo era giusto? Forse no, per un paio di motivi direi: la scarsa propensione all’acquisto di generi alimentari da portare a casa se si è milanesi o pendolari, o, peggio, in albergo, se si tratta di turisti, la concorrenza storica di Peck o più recente di altri negozi che, pur soffrendo, resistono, come Eat’s e La Rinascente.

Aggiungo che di residenti nel centro storico ce ne sono molto pochi.

Dunque, il coraggio di Autogrill nel proporre un modo nuovo di vendere pane, dolci, salumi è durato poco, troppo poco, più facile, dunque, rifugiarsi nel rassicurante prodotto da battaglia, buonino, ma non troppo, ad un prezzo che garantisca un margine più alto e permetta alta rotazione.

Si poteva tentare di resistere? Magari accentuando la parte somministrazione degli stessi banchi?

Una tartelette di “Come una torta” valeva due passi in più quando ci si trovava in zona. Anche un pezzo di pane fragrante, da mangiar subito.

Niente da fare, il profitto vince sempre, il coraggio non è per tutti, tantomeno di un’azienda che deve far numeri.

Peccato, un’occasione mancata, aggiungerei anche uno sgarbo a chi, in Comune, aveva sposato il progetto e oggi deve digerire un repentino cambiamento che sa un po’ una sconfitta per tutti.

Autogrill torna ad essere Autogrill, per fortuna, però, le auto in piazza Duomo non torneranno mai più.

Aldo Palaoro

 

(foto tratta da Milano Sparita)

Milano intitola una strada a Veronelli e la stampa gastronomica non se ne accorge

(se non per il comunicato stampa)

Veronelli Passeggiata 01

Milano, 30 novembre 2015

In una splendida mattina di fine novembre, a 11 anni e 1 giorno dalla sua scomparsa, Milano ha reso omaggio ad uno dei suoi figli più apprezzati intitolandogli una strada.

Da oggi, il tratto pedonale che unisce il quartiere Isola alla scintillante, sopraelevata, piazza Gae Aulenti, si chiama “Passeggiata Luigi Veronelli”, un luogo bello, simbolico, perché unisce la Milano del passato, dove “Gino” viveva, e quella del futuro.

Una cerimonia sobria, condotta dall’Assessore Filippo Del Corno, in stile meneghino, certamente gradito dal destinatario del riconoscimento, alla presenza dei famigliari, delle istituzioni e, in rappresentanza di tutto ciò che il grande filosofo, giornalista, scrittore, gastronomo ha significato in vita e lasciato dopo la sua scomparsa, Gian Arturo Rota.

Un momento di riflessione sul lascito, soprattutto culturale, di Veronelli, sull’importanza di un percorso che è alla base di tutto ciò che oggi definiamo “mondo della gastronomia” distante anni luce dalla eccessiva spettacolarizzazione da palcoscenico. Un momento, finalmente lontano dalla sbornia di Expo che cannibalizzava tutte le iniziative, dunque perfetto per avere i riflettori puntati e l’attenzione di tutti i protagonisti del settore.

Questa la cronaca, ma, c’è un ma, per cui non posso esimermi, come giornalista, dal registrare un fatto che ritengo non solo increscioso, ma sintomatico della distorsione di un sistema che ha ormai superato il limite della decenza.

Alla cerimonia ero l’unico giornalista di settore presente.

Milano intitola una strada a Luigi Veronelli, colui che ha aperto la strada maestra della gastronomia sulla quale oggi “passeggiano”, più o meno degnamente, tanti, troppi, personaggi. Tutti gli devono qualcosa, quasi tutti avrebbero continuato a fare altro se prima non ci fosse stato lui.

Eppure nessun giornalista del circo della ristorazione ha pensato di dedicare pochi minuti della propria giornata per rivolgere un pensiero a Veronelli, lo stesso possiamo dire dei cuochi, non pervenuti.

Gian Arturo Rota, saggio come il suo mentore, ha provato a confortarmi sottolineando che l’importanza del gesto di intitolare la strada a Gino conta più di ogni altra cosa, ed aggiungo io, di ogni piccolezza.

Come è possibile? Dov’erano i generali della critica, ma soprattutto i loro ascari o l’allegro mondo della blogosfera, tutti a diverso titolo cantori delle gesta dei cuochi superstar, dov’erano i cuochi presunti tali che proprio il lavoro di Gino ha permesso di elevare dal rango di osti a quello di professionisti completi e globali?

Vorrei immaginare che la ragione di questa trascuratezza possa essere ricercata nella scomodità del personaggio così vero, così concreto, così fuori dagli schemi, vorrei pensare che una generazione di giovani food addicted possa non saper della sua esistenza, un decennio è sufficiente per l’oblio, ma mentirei a me stesso.

Ancora una volta è Rota a riportarmi alla realtà, perché Veronelli, che “stava coi piedi per terra, volava alto, troppo alto”… ed io, più prosaicamente, chiudo che forse non c’era nessuno, anche perché alla fine non c’era neppure una tartina da rincorrere.

Aldo Palaoro

 

Articolo pubblicato in data 1 dicembre anche su Ristorazione & Catering

 

Food Act

ARTICOLO pubblicato il 29 luglio 2015 su Ristorazione & Cateringfood-act-milano-300x336

il 28 luglio, presso il bucolico spazio della Cascina Triulza, in Expo, si è tenuto il secondo incontro del Forum della Cucina Italiana, promosso dal Ministero delle Politiche Agricole.

Il primo incontro avvenne presso il Ministero, il 2 marzo, al cospetto di alcuni fra i cuochi più rappresentativi del nostro Paese.
In quella sede si lanciarono diverse proposte a cura dei professionisti della nostra cucina, temi che oggi sono alla base proprio del documento che il ministro Maurizio Martina ha sottoposto ai presenti, da un tavolo istituzionale mai visto in questo settore.
Presenti, oltre al titolare dell’Agricoltura, che si è assunto pubblicamente la responsabilità di tirare le fila di questo progetto sperimentale, anche il ministro della pubblica istruzione Stefania Giannini, il ministro alle politiche culturali e turismo Dario Franceschini, per il ministero degli Esteri il direttore internazionalizzazione, Enzo De Luca. Accanto a loro Pavesi, della Conferenza delle Regioni, e il rappresentante di ICE, Riccardo Monti.
Presente, moderata da Paolo Marchi, una folta rappresentanza di cuochi italiani, dai più celebri volti televisivi, Cracco e Cannavacciuolo, al padre putativo di tutti, Gualtiero Marchesi, all’impegnato Massimo Bottura, i presidenti delle associazioni più note, Chic con Marco Sacco, Jre con Marco Stabile, Uir con Igles Corelli, Le Soste con Claudio Sadler, manca la FIC che ha polemizzato per questo.
Tutto il territorio è rappresentato, così come tutte le specialità della cucina, pizzaioli e pasticceri protagonisti anch’essi. 
Un’assenza importante per l’internazionalizzazione, forse, che siamo certi verrà colmata nei prossimi incontri, il GVCI, il gruppo che più di ogni altro è già ambasciatore nel mondo della nostra ristorazione.
Un buon inizio, però, da salutare con favore, perché i punti qualificanti del progetto sono importanti.

Queste le prime azioni indicate dai ministri:
1. Chef Ambasciatori della Cucina Italiana nel mondo, coinvolgendo i cuochi nell’obiettivo di promozione sui mercati esteri finalizzata a portare l’export a 50 Miliardi nel 2020.
2. Roadshow per valorizzare le eccellenze italiane e la dieta mediterranea, per rafforzare la consapevolezza delle potenzialità del patrimonio agroalimentare italiano.
3. Potenziamento della distribuzione del vero Made in Italy agroalimentare, favorendo piattaforme logistiche che incrementino la dimensione competitiva delle nostre imprese.
4. Alta Cucina, Alta Formazione, per colmare lo spazio lasciato ad altre nazioni, dove l’istruzione è l’apprendistato sarà punto focale.
5. Estensione utilizzi stage per la ristorazione di qualità, superando i vincoli che l’attuale legislazione prevede, bloccando le iniziative in campo.
6. Più aggregazione nella filiera e nella ristorazione, sostenendo le reti d’impresa anche attraverso il credito.
7. Dare credito alla cucina italiana giovane, favorendo sia il ricambio generazionale che l’avvio di nuove imprese giovani.
8. Rafforzare binomio Turismo-Ristorazione di qualità per promuovere i territori, collegando l’offerta enogastronomica a percorsi turistici di qualità.
9. Cucina italiana di qualità certificata, a garanzia dei consumatori di tutto il mondo che amano e cercano la cucina italiana vera.
10. Cucina Italiana come Cultura, Identità, Educazione, Inclusione, promuovendo iniziative di ampio raggio dall’educazione alimentare nelle scuole, alla sostenibilità, alla lotta agli sprechi, valorizzando il rispetto del cibo anche come fatto culturale.

Appuntamento in autunno per il prossimo incontro, per una prima verifica dei buoni propositi annunciati. Speriamo sia davvero la volta buona e si costruisca un modello che cambierà il settore per i prossimi decenni.

Aldo Palaoro