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Medagliani, per una storia della Ristorazione

ARTICOLO PUBBLICATO su Sala & Cucina il 30 maggio 2018

Conoscete Medagliani? Chi risponde di no abbandoni queste pagine, perché ha sbagliato sito oppure si faccia una visita qui, prima di continuare, almeno saprà di cosa si parla.

Medagliani è una persona (Eugenio), è una famiglia (da tempo c’è anche Simone con moglie e filgi, ma prima di Eugenio c’erano il padre ed il nonno), è un marchio, inossidabile, è un luogo dove cuochi e ristoratori amano trascorrere un po’ della propria giornata in compagnia della storia della propria professione.

Ricordo di aver conosciuto Eugenio Medagliani alla fine degli anni ’80, naturalmente già un’istituzione, mentre io ero alle prime armi e grazie all’amico Enrico Piazza, imparavo e conoscevo il meglio di un settore, quello della Ristorazione che era ancora lontano dai fasti e dalle, ahimè, derive del giorno d’oggi.

Conoscevo già Gualtiero Marchesie scoprii, con piacere, che il Maestro e Medagliani, due maestri insomma, erano ottimi amici, anzi, si compensavano creando l’uno le ricette e l’altro procurando tutto ciò che serviva per prepararle o servirle.

Eugenio è il calderaioche, giunto alla terza generazione, dopo il nonno Pasquale che fondò l’attività nel 1860 e il padre Giannino, la fece crescere e diventare il punto di rifermento per tutti i cuochi, italiani e stranieri.

La sua casa, fino a qualche anno fa in centro città, ora in periferia (via Privata Oslavia) per avere lo spazio che si merita, è sempre stata il luogo delle meraviglie, dove puoi trovare il pentolone che ci entri anche tu o la forma della mano per un famoso piatto di Pietro Leemann, fatta a mano, naturalmente. Una casa dove, se ami la cucina, ti senti come un bambino nel paese dei balocchi e, se ti capita di sederti davanti ad Eugenio, mentre si mangia una mela, il suo pranzo da quando lo conosco, potrai ascoltare le storie più intriganti della ristorazione internazionale.

Tutto questo me lo ha ricordato l’evento che annualmente si tiene da Medagliani, con tanti amici che approfittano per una visita per conoscere qualche novità, ma soprattutto, per salutare il signor Eugenio.

Quest’anno, andandoci, mi è venuto in mente che lo scorso anno c’era ancora Gualtiero e fu l’occasione per chi si trovava lì in quel momento per uno scatto che oggi è un bel ricordo da rivedere.

Aldo Palaoro

L’insegnamento di Aimo e Nadia

Aimo e Nadia Stresa 01

Prendo spunto dalla cronaca di un evento tenutosi all’Istituto Alberghiero “E.Maggia” di Stresa, a cura del Prof. Riccardo Milan, per sottolineare un concetto semplice, ma potente.

Nella giornata di mercoledì 4 maggio il noto ristoratore Aimo Moroni, insieme a sua moglie Nadia, è stato invitato a tenere una conferenza al cospetto dei giovani allievi della celebra scuola di Stresa.

Vale la pena di ricordare che Aimo e Nadia sono una coppia di ristoratori che hanno contribuito a fare la storia della Cucina Italiana, titolari dell’omonimo ristorante a Milano e, meritatamente, ormai a “quasi” riposo dopo decenni di successi.

Merito doppio, perché sono un caso da studiare anche sul versante della successione d’azienda, cosa, specialmente in Italia, sempre complicata, anche se, spesso, “in famiglia”.

I signori Moroni, invece, non solo hanno condotto per tanti anni un ristorante, amato dai clienti ed apprezzato dalla critica, ma sono riusciti nell’impresa di tramettere un’eredità pesante ad un gruppo di lavoro che sta portando avanti l’attività non solo nel nome, ma, soprattutto, nei fatti.

La figlia Stefania, che ha scelto di non essere cuoca, è, però, ristoratrice, imprenditrice, mentre l’onere di condurre la prestigiosa cucina tocca a due valenti professionisti, Alessandro Negrini e Fabio Pisani e la cosa funziona bene.

Il motivo, però, di questo nostro articolo non è il racconto della giornata di Stresa, ma un’immagine che vale un “manifesto”: Aimo Moroni ha parlato ai ragazzi, indossando la sua giacca da cuoco. Non era scontato, perché era un convegno e, perché Aimo ha virtualmente “appeso quella giacca”, anche se un cuoco, forse, non va mai in pensione, eppure per il rispetto ad essa dovuto e per il rispetto del luogo in cui si teneva l’incontro, nonché dei ragazzi, Aimo ha voluto, in questo modo, elargire l’insegnamento più importante, quello che rimarrà impresso nella memoria degli allievi Stresa.

Un messaggio forte, ancor più in questo momento, quando i cuochi, che si sentono sempre più “maître a penser” si sfilano la giacca e dimenticano di metter le tovaglie sulle tavole dei propri ristoranti.

Aldo Palaoro

 

pubblicato su Sala & Cucina il 5 maggio 2016