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Università di Pollenzo, laboratorio del buon futuro

Duncan Okoth Okech è un ex borsista dell’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo che ha preso la parola nella giornata dedicata a celebrare la magia dell’incontro tra sostenitori e borsisti.

Duncan, convinto a parlare in italiano da Carlin Petrini, “perché in inglese non avrebbe avuto lo stesso effetto”, viene dal Kenia, ha, così, pesato le parole, partendo da lontano, da un piccolo villaggio del Kenia, dove lui, figlio di famiglia poligama, a causa del cambiamento di equilibri tra le diverse mogli di suo padre, a soli 3 anni venne abbandonato. Accolto a Nairobi da un parente, finisce di nuovo per strada a 10 anni, ma, grazie al suo primo fortunato incontro, riesce a trascorrere l’adolescenza in un orfanotrofio, già, c’è chi si sente molto fortunato per aver vissuto in un orfanotrofio.

Quella comunità di bambini è stata la sua prima ancora di salvezza e lo ha stimolato a impegnarsi nello studio.

Un secondo incontro sarà importante, un italiano, di quelli che rendono orgogliosi tutti noi, il quale, in quella comunità, trovò una figlia adottabile e divenne amico di Duncan. Da questo rapporto nacque l’occasione di un nuovo incontro con Simona Salvi (scriverne il nome è importante, perché più volte citata nel discorso di Duncan, quasi come un mantra), la quale colse qualcosa in lui che avrebbe voluto proseguire gli studi, ma non poteva permetterselo, e lo convinse a fare richiesta per una Borsa di Studio presso l’Università di Pollenzo.

Fallito il primo tentativo, nel 2015 il successo arrise a Duncan, che, nel frattempo fece conoscenza di Hanna Spengler, della Segreteria della scuola, l’ennesimo incontro del destino, perché fu la sua determinazione a metterlo letteralmente sull’aereo che lo portava in Italia, superando gli ostacoli dell’ultimo momento per il Visto.

All’Università Duncan incontrò tanti altri Duncan e centinaia di studenti da tutto il mondo (dal 2004 ad oggi 2541 studenti, di cui il 10% borsisti, la maggioranza stranieri di 70 Paesi diversi) ed incontrò Carlin Petrini prodigo di buoni e saggi consigli.

Così arriviamo alla serata del 16 febbraio quando, nell’Aula Magna dell’Agenzia di Pollenzo, Duncan ha restituito ai presenti la magia di tutti questi incontri nell’incontro con un’altra comunità, con chi a lui e ad altri 232 in questi 15 anni ha garantito quel diritto al studio sacrosanto che qui a Pollenzo, più che in altri luoghi, attraverso il dialogo sul cibo, forma una generazione di portatori di Pace.

Una lezione inaspettata di cui devo ringraziare Cristina Brizzolari, di Riso Buono, che, poco dopo Duncan, ha parlato comprensibilmente emozionata, a nome delle aziende sostenitrici.

Chissà se, come il visionario fondatore di Slow Food, dice, con semplicità disarmante, i vari Duncan che passano di qui, una volta tornati ni propri Paesi saranno leader a casa propria e semi di un futuro migliore per la convivenza dell’uomo.

Un futuro buono che si costruisce attorno ad una tavola, non c’è migliore metafora per il mondo di domani.

Aldo Palaoro

 

articolo pubblicato su Sala & Cucina in data 19 febbraio 2018

Cedesi # hashtag

InOtticaExpo Hashtag 01

Così, alla fine, novembre è arrivato ed Expo2015 è archiviata.

Ricordo ancora, era il 2010, quando, informalmente e, sottolineo, gratuitamente, diedi il mio primo contributo a chi si stava domandando come gestire la ristorazione all’interno del sito espositivo. Con un collega, esperto anch’egli del mondo del cibo, suggerimmo un paio di idee che, guarda caso, sono poi state la base dell’impianto che abbiamo imparato a conoscere in questi mesi: i chioschi e lo street food, un hardware agile e diffuso ed un software coerente con la variegata offerta di cibo italiano da strada.

Ce ne furono poi altri di contributi, come l’idea di creare degli “Ambassador” fino a che smisi di regalare idee, visto che meriti e guadagni finivano altrove. Così come so di professionisti che suggerirono, ad esempio, l’idea delle stecche di servizio…

Pazienza, a quelli come me interessava che Milano cogliesse questa occasione per crescere; ora, però, sfruttiamola come collettività e non lasciamola alle speculazioni di pochi.

Intanto il settore Food ha avuto questa vetrina per sei mesi, anzi, per qualche anno in preparazione e, poi, durante il semestre espositivo, tuttavia, pur avendo sfruttato l’evento per uno sviluppo già evidente e per una crescita che ancora potremmo cavalcare nel futuro, ci si è limitati alla superficie, alla crosta.

Va bene lo stesso, siamo ottimisti (anche senza prefisso Expo), è stato importante stimolare tutti a darsi da fare, a muoversi per creare opportunità e sviluppo.

Peccato per i contenuti, un po’ trascurati, forse troppo impegnativi per un evento che funziona se il pubblico riesce a cogliere messaggi facili e fruibili.

Ora, però, mi domando come faremo, orfani di questa parolina magica, usata come suffisso, prefisso, hashtag, storpiata in mille modi, l’ultimo avvistamento è per un “Valtidonexpo”, un uso al limite dello sconsiderato, al punto che sembrava che bastasse nominare la parola, o aggiungerla ad altre parole, per aprire ogni cancello.

Così amministrazioni pubbliche e aziende private hanno messo mano al portafoglio, finanziando innumerevoli iniziative, alcune riuscite, molte inutili e dispendiose, nel nome di Expo, anzi appunto “In Ottica Expo”, una frase che ci è uscita dagli occhi e dalle orecchie, tanto che ad un certo punto decisi di farne un hashtag per prendere e prenderci un po’ in giro.

Fu così che rilanciando sui Social ogni iniziativa, evento, ma anche tante sciocchezze che venivano pomposamente avanzate, appunto in quell’ottica, pubblicando con arguzia, si finiva per essere rilanciati anche dai Social ufficiali che, forse, non si rendevano conto dell’ironia intrinseca al post.

Ora lo posso confessare e, a questo punto, chiudere qui, trasformandolo in memorabilia, così se qualche appassionato #expottimista lo desiderasse posso cederlo, prezzi modici, come quelli di Expo2015…

Aldo