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Hai voluto la bicicletta?

Bicicletta Take Away

Da giorni pensavo a questo articolo, oggi, leggendo l’editoriale di Massimo Sideri sul Corriere, ho deciso che fosse il momento per condividere una considerazione che in quel l’articolo non emerge chiaramente.

Sarà capitato anche a voi di incrociare, soprattutto la sera, intrepidi ciclisti che scorrazzano per la città oberati di ingombranti contenitori a marchio Deliveroo o Foodora (le più note), per consegnare a domicilio la cena di qualcuno.

Certamente, tra chi legge, qualcuno ha usufruito di questo servizio, sia come utente che come fornitore. Nulla di nuovo, perché la pizza a domicilio è una conquista che conta qualche lustro.

Le novità stanno nel ventaglio di offerte, ormai infinito e nella concorrenza sulla rapidità del servizio. Soprattutto, però, è l’evoluzione tecnologica a far la differenza, perché, se fino a poco tempo fa, ci si limitava a comporre un numero telefonico della pizzeria sotto casa o di una di quelle che, grazie ad una capillare diffusione di volantini/menu in ogni buca delle lettere a tiro di motorino, oggi l’ordine si fa e si controlla attraverso il proprio smartphone o sul computer.

Se vogliamo, lo sviluppo del mercato del pasto a domicilio è una buona notizia sul versante lavoro dal momento che i numeri in crescita corrispondono all’impiego di nuove risorse.

Sideri, a questo proposito, però, sul Corriere punta il dito sulle società che gestiscono il servizio, mettendo in collegamento gli utenti con i ristoratori e organizzando la consegna affidandosi, perlopiù a giovani studenti che arrotondano o disoccupati in cerca di lavoro. Nell’articolo si stigmatizza il modello definendolo un passo indietro per i lavoratori, sia per la precarietà che per lo spostamento del peso del capitale in carico al lavoratore, il quale usa mezzi e garretti propri. Si parla di un costo orario di circa 8€ senza tutele.

C’è un punto, invece, sul quale mi soffermo a riflettere quando vedo i ragazzi sfrecciare, magari inforcando biciclette non molto visibili nel traffico notturno. Noi che usufruiamo del servizio siamo consapevoli del rischio che questi corridori del cibo corrono ogni volta che escono da un ristorante e pedalano fino a casa del cliente? E per noi non intendo solo noi clienti, ma i ristoratori.

Ci rendiamo conto della responsabilità che ci assumiamo nei confronti di una lavoratore che con una bicicletta sgangherata e poco illuminata se ne va zigzagando per la città?

Cari ristoratori avete mai pensato che un ragazzo che va in giro di notte in bicicletta senza luci, oltre ad essere fuori norma per il Codice della Strada, rischia la vita? Davvero pensate, una volta consegnato il pacco cibo al corriere, che ci si possa dimenticare il problema, magari le eventuali conseguenze di un incidente in strada?

Soluzione? Al momento una semplice, le società dovrebbero fornire i mezzi, dotati di tutte le forme di sicurezza; sarebbe una buona immagine anche per loro e sarebbe una garanzia di serietà nei confronti di utenti e ristoratori.

Aldo Palaoro

(foto da UrbanBM)

Home Restaurant, to be or not to be

ARTICOLO pubblicato il 26 maggio 2015 su Ristorazione & Catering

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Viviamo ormai in una società liquida, nella quale le relazioni si moltiplicano spontaneamente o forzatamente a seconda dei casi e delle esigenze personali. È la trasformazione da società del possesso a società del consumo. Nella lingua più comune è la “sharing society” che avanza. Auto a noleggio (Carsharing) appartamenti in condivisione (Housesharing), non più autostop, ma viaggio insieme programmato (Carpooling) e così via. Tutto ciò avvantaggiato da software sempre più perfezionati e semplici da usare anche con un semplice smartphone, così che son sempre più le piattaforme che garantiscono il servizio. Tutti traggono un vantaggio, utilizzatori che risparmiano, locatori che creano nuovi business, intermediari che creano capitale e posti di lavoro.
Ma… c’è un rovescio della medaglia che attiene principalmente alla legalità ed alla concorrenza.
L’esempio che dimostra i limiti di uno sviluppo di nuove buone idee, ma che fuori dalle regole, non possono e devono prosperare è il caso degli Home Restaurant.
Nati come risposta alla voglia di socializzare di fronte ad un buon piatto, gli “Home Restaurant” diventano tali nel momento in cui all’aspetto aggregativo si sovrappone il business, sia di chi ospita un evento, quale una semplice cena tra sconosciuti, sia di chi rende l’iniziativa fruibile pubblicamente, realizzando e gestendo un software per l’incontro di domanda e offerta.
Guardando all’Italia i primi a entusiasmarsi per questa iniziativa sono stati gli appassionati de consumo conviviale di cibo, che potremmo raggruppare sotto la voce di “Foodies”, tra loro alcuni sono già un passo avanti nel magico mondo del food, in qualità di “Food Blogger”. Va da sé che, per questi ultimi, il fatto di incontrarsi intorno ad un tavolo con propri simili e scambiarsi esperienze delle quali oltre ad esser appassionati sono anche in qualche modo “professionisti”, è un valore aggiunto grazie al quale il moltiplicarsi di tali eventi porta ad un conseguente aumento di visibilità per i propri articoli, nonché per eventuali affari derivanti da ciò.
Fin qui tutto bene, se ti invito a casa, anche se non ti conosco e ti offro qualcosa e tu, anche, cucini a tua volta o mi porti i pasticcini, bene, ma, da qui, se me lo trasformi in business, la cosa cambia, eccome.
Ecco che nel giro di pochi mesi sono fioriti gli “Home Restaurant”, simpatica definizione per vendere un pasto, magari una performance artistica, tra le mura domestiche, con amici vecchi e nuovi, ma sempre a pagamento.
Addirittura sono nate delle piattaforme per gestire e moltiplicare la possibilità di scegliere tra le tante offerte di cene tra sconosciuti, una nota in Italia è Gnammo.
Nel frattempo, però, gli addetti ai lavori hanno cominciato ad accorgersi di questa inedita e sottile forma di concorrenza che avanzava. Subito le prime perplessità, i primi articoli di approfondimento per metter in evidenza, soprattutto, le due anomalie più visibili: l’assenza di regole, la normativa igienica.
I detrattori biasimavano l’iniziativa preoccupati di un servizio eseguito in ambiente non idoneo dal punto di vista igienico-sanitario e sul filo del rasoio dal punto di vista delle imposte, i fautori rispondevano che entro le mura domestiche non fossero richieste normative da ristorante (Haccp e autorizzazioni sanitarie) e che i novelli ristoratori casalinghi rispettassero la normativa tributaria, attenendosi alla semplice regola per la quale, al di sotto dei 5.000 euro di ricavi, non ci sia bisogno di dichiarazione dei redditi.
Tutto bene, dunque? NO… perché, con una insolita solerzia, il Ministero dello Sviluppo economico è intervenuto con una Risoluzione che, accogliendo le tesi di FIPE, la Federazione Italiana dei Pubblici Esercizi, in sintesi sentenzia che intervenendo uno scambio economico a fronte di vera e propria somministrazione, gli “Home Restaurant” devono sottostare alle medesime regole di un ristorante commerciale.
Fine dei giochi? Oppure, più semplicemente, ristabilite le regole, annullate le possibilità di agire in regime di concorrenza sleale, potranno nascere nuove forme di offerta domestica, con conseguente sviluppo sano di occasioni per il consumatore e di posti di lavoro per chi voglia cimentarsi in nuove attività seguendo inclinazione ed estro?
E le piattaforme che hanno sfruttato la scia? Si adegueranno, perché se tutto è regolare, agiscono solo da moltiplicatore di business per tutti, o chiuderanno perché il gioco non varrà più la candela per nessuno?

Aldo Palaoro