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Medagliani, per una storia della Ristorazione

ARTICOLO PUBBLICATO su Sala & Cucina il 30 maggio 2018

Conoscete Medagliani? Chi risponde di no abbandoni queste pagine, perché ha sbagliato sito oppure si faccia una visita qui, prima di continuare, almeno saprà di cosa si parla.

Medagliani è una persona (Eugenio), è una famiglia (da tempo c’è anche Simone con moglie e filgi, ma prima di Eugenio c’erano il padre ed il nonno), è un marchio, inossidabile, è un luogo dove cuochi e ristoratori amano trascorrere un po’ della propria giornata in compagnia della storia della propria professione.

Ricordo di aver conosciuto Eugenio Medagliani alla fine degli anni ’80, naturalmente già un’istituzione, mentre io ero alle prime armi e grazie all’amico Enrico Piazza, imparavo e conoscevo il meglio di un settore, quello della Ristorazione che era ancora lontano dai fasti e dalle, ahimè, derive del giorno d’oggi.

Conoscevo già Gualtiero Marchesie scoprii, con piacere, che il Maestro e Medagliani, due maestri insomma, erano ottimi amici, anzi, si compensavano creando l’uno le ricette e l’altro procurando tutto ciò che serviva per prepararle o servirle.

Eugenio è il calderaioche, giunto alla terza generazione, dopo il nonno Pasquale che fondò l’attività nel 1860 e il padre Giannino, la fece crescere e diventare il punto di rifermento per tutti i cuochi, italiani e stranieri.

La sua casa, fino a qualche anno fa in centro città, ora in periferia (via Privata Oslavia) per avere lo spazio che si merita, è sempre stata il luogo delle meraviglie, dove puoi trovare il pentolone che ci entri anche tu o la forma della mano per un famoso piatto di Pietro Leemann, fatta a mano, naturalmente. Una casa dove, se ami la cucina, ti senti come un bambino nel paese dei balocchi e, se ti capita di sederti davanti ad Eugenio, mentre si mangia una mela, il suo pranzo da quando lo conosco, potrai ascoltare le storie più intriganti della ristorazione internazionale.

Tutto questo me lo ha ricordato l’evento che annualmente si tiene da Medagliani, con tanti amici che approfittano per una visita per conoscere qualche novità, ma soprattutto, per salutare il signor Eugenio.

Quest’anno, andandoci, mi è venuto in mente che lo scorso anno c’era ancora Gualtiero e fu l’occasione per chi si trovava lì in quel momento per uno scatto che oggi è un bel ricordo da rivedere.

Aldo Palaoro

Hai voluto la bicicletta?

Bicicletta Take Away

Da giorni pensavo a questo articolo, oggi, leggendo l’editoriale di Massimo Sideri sul Corriere, ho deciso che fosse il momento per condividere una considerazione che in quel l’articolo non emerge chiaramente.

Sarà capitato anche a voi di incrociare, soprattutto la sera, intrepidi ciclisti che scorrazzano per la città oberati di ingombranti contenitori a marchio Deliveroo o Foodora (le più note), per consegnare a domicilio la cena di qualcuno.

Certamente, tra chi legge, qualcuno ha usufruito di questo servizio, sia come utente che come fornitore. Nulla di nuovo, perché la pizza a domicilio è una conquista che conta qualche lustro.

Le novità stanno nel ventaglio di offerte, ormai infinito e nella concorrenza sulla rapidità del servizio. Soprattutto, però, è l’evoluzione tecnologica a far la differenza, perché, se fino a poco tempo fa, ci si limitava a comporre un numero telefonico della pizzeria sotto casa o di una di quelle che, grazie ad una capillare diffusione di volantini/menu in ogni buca delle lettere a tiro di motorino, oggi l’ordine si fa e si controlla attraverso il proprio smartphone o sul computer.

Se vogliamo, lo sviluppo del mercato del pasto a domicilio è una buona notizia sul versante lavoro dal momento che i numeri in crescita corrispondono all’impiego di nuove risorse.

Sideri, a questo proposito, però, sul Corriere punta il dito sulle società che gestiscono il servizio, mettendo in collegamento gli utenti con i ristoratori e organizzando la consegna affidandosi, perlopiù a giovani studenti che arrotondano o disoccupati in cerca di lavoro. Nell’articolo si stigmatizza il modello definendolo un passo indietro per i lavoratori, sia per la precarietà che per lo spostamento del peso del capitale in carico al lavoratore, il quale usa mezzi e garretti propri. Si parla di un costo orario di circa 8€ senza tutele.

C’è un punto, invece, sul quale mi soffermo a riflettere quando vedo i ragazzi sfrecciare, magari inforcando biciclette non molto visibili nel traffico notturno. Noi che usufruiamo del servizio siamo consapevoli del rischio che questi corridori del cibo corrono ogni volta che escono da un ristorante e pedalano fino a casa del cliente? E per noi non intendo solo noi clienti, ma i ristoratori.

Ci rendiamo conto della responsabilità che ci assumiamo nei confronti di una lavoratore che con una bicicletta sgangherata e poco illuminata se ne va zigzagando per la città?

Cari ristoratori avete mai pensato che un ragazzo che va in giro di notte in bicicletta senza luci, oltre ad essere fuori norma per il Codice della Strada, rischia la vita? Davvero pensate, una volta consegnato il pacco cibo al corriere, che ci si possa dimenticare il problema, magari le eventuali conseguenze di un incidente in strada?

Soluzione? Al momento una semplice, le società dovrebbero fornire i mezzi, dotati di tutte le forme di sicurezza; sarebbe una buona immagine anche per loro e sarebbe una garanzia di serietà nei confronti di utenti e ristoratori.

Aldo Palaoro

(foto da UrbanBM)

Cuochi sull’orlo di una crisi di nervi

Cuochi sull'orlo immagine

Quando si partecipa ad una presentazione di un libro di Valerio Massimo Visintin, a parte divertirsi molto, si rimane sempre con un po’ di amaro in bocca.

Non pensate male, non sono tartine dal sapore sgradevole o cocktails bislacchi a rovinare il gusto, anche perché è uno dei pochi eventi di settore che lascia i presenti a bocca asciutta. Ciò accomuna i convenuti è più che altro una sensazione di amarezza rispetto all’immagine deformata di un settore che lo specchio magico del critico del Corriere della Sera riflette. Attenzione, però, la deformazione che vediamo riflessa, in questo caso, è l’immagine della realtà, ecco la magia che Visintin riesce a fare. Il suo punto di osservazione, senza filtri, senza condizionamenti, registra ciò che vede, un mondo tutto lustrini e cotillons e ce lo restituisce nella crudezza più disarmante, una verità che vorremmo fingere di non vedere.

In “Cuochi sull’orlo di una crisi di nervi“, felice seguito di “Osti sull’orlo di una crisi di nervi” l’autore, che ricordiamo, grazie al fatto di esser sconosciuto, visita ristoranti in incognito dal 1990 e, quando appare in pubblico, si maschera da “uomo nero”, invitando se stesso e noi tutti a non prendersi troppo sul serio, raccogliendo il meglio degli articoli pubblicati negli ultimi anni, affronta ed approfondisce i temi legati al mondo della ristorazione, riuscendo a cogliere, con arguzia e ironia, gli eccessi di tutti i protagonisti. Cuochi filosofi, cuochi matematici, cuochi alchimisti, cuochi tatuati, cuochi hipster, tutti simpaticamente presi in giro e messi, metaforicamente, nello stesso girone infernale di bloggers marchettari, comunicatori con il complesso di “Giano Bifronte”, giornalisti colpiti dal terribile e incurabile virus del conflitto d’interesse.

Un circo di personaggi più o meno imbarazzanti, tenuto insieme dall’obiettivo comune di portare a casa la pagnotta e non solo in senso figurato.

Un piccolo mondo fatto di piccoli uomini che non farebbe del male a nessun se non fosse che, dietro ad un settore pur di nicchia come questo, ci sono degli interessi importanti, a volte leciti, ma forse poco opportuni, spesso illeciti e pericolosi. Così può accadere che la vanità di qualche giacca bianca o, più semplicemente, la comodità del riciclo di denaro diventino la porta principale per l’ingresso della malavita organizzata. Anche su questo ci mette in guardia il prode Visintin.

Non resta, dunque, che ridere, per non piangere, e con questo libro si ride molto, a lungo, ripensando ad Expo, alle fatiche ercoline per accaparrarsi un posto in fila anche solo per fare una fila o ritrovarsi soddisfatti di bere, dopo lunga attesa, una birra che avremmo acquistato senza coda al bar sotto casa. Si sorride delle nuove mode nell’abbigliamento e nel look dei giovani cuochi, ci si indigna per il comportamento biasimevole di bloggers, giornalisti e uffici stampa, ridotti ad un ruolo da macchietta, quasi da “maîtresse” della comunicazione.

Ce n’è per tutti, anche per gli architetti, complici dei cuochi nel rappresentare al peggio le nuove mode estetiche, dove la tovaglia è un orpello inutile e i muri scrostati sono ormai l’irrinunciabile segno edilizio distintivo di questa decade (già di Visintin la fulminante definizione “clochardè” ormai entrata nel lessico comune).

Una girandola di comportamenti, alcuni indotti, alcuni spontanei, che portano a pensare, appunto, che “l’orlo di una crisi di nervi” sia ormai vicino per molti. Nervi che saltano ai clienti che mal sopportano tutte le peggiori rappresentazioni di questo settore, nervi distrutti per quei cuochi che vivono, ancor più che nel passato, una vita sempre sopra le righe. Provate voi, in effetti, a scrivere libri, condurre programmi televisivi, presentare cooking show, partecipare a congressi, declinare il proprio ristorante in diversi modelli, il principale, il bistrot, il franchising, apparire a fiere di settore e non, fare consulenze, firmare menu…ah e poi anche ricordarsi di cucinare…prima o poi è “crisi di nervi” assicurata.

Valerio Massimo Visintin

“Cuochi sull’orlo di una crisi di nervi”

Terre di Mezzo Editore

187 pagine

12 €

 

Articolo pubblicato da Sala & Cucina il 24 maggio 2016

Giallo Milano, un’idea da rilanciare

32 pagine Colzani

Alcuni cittadini, veramente milanesi d’animo e di cuore, in questi ultimi tempi hanno cercato con lodevoli iniziative di ogni genere di mantenere vive le vecchie tradizioni della nostra città, la quale, col progresso dei tempi, ci appare assumere a poco a poco l’aspetto d’una grande città cosmopolita. Ma perché non cerchiamo anche di conservare, anzi di far rivivere, le nostre buone tradizioni gastronomiche? … Se non cercheremo di reagire a questa sopraffazione e non faremo in tempo una vera crociata in difesa della nostra buona cucina, si darà il caso che un giorno non riusciremo più a trovare in tutta Milano nemmeno un semplice risotto giallo alla milanese! Sarebbe davvero il colmo!…

…Per poter far risorgere le vecchie tradizioni gastronomiche, per poter far rivivere se non tutte, almeno alcune delle vecchie osterie milanesi, non si potrebbe bandire fra gli osti un vero concorso, tanto più che in questi nostri tempi sono di moda le gare e le competizioni di ogni genere e in ogni campo? « Bandire un vero e proprio concorso per le osterie milanesi e per i piatti tipici milanesi ».

…Un giudizio tanto severo dovrebbe naturalmente essere affidato a una giuria formata da competenti, competenti nel gusto. Chissà quanti aspireranno a questa carica di giudice! Per questa parte del concorso sono sicuro del successo.

Chi ha letto fin qui si starà domandando se io stia vaneggiando oppure se la mia memoria, data l’età, stia perdendo colpi oppure ancora se stia filosofeggiando cullandomi di ricordi del passato sullo stile del “ah, le cose di una volta erano più buone…

Niente di tutto ciò, nei periodi precedenti mancano solo le virgolette a significare una serie di citazioni riprese dal libro di Antonio Colzani32 PAGINE DI UN BUONGUSTAIO MILANESE per una gara fra le osterie milanesi“.

Ebbene sì, leggendo quelle righe sembra quasi che non siano passate decine d’anni ed una guerra mondiale, paiono scritte oggi, non solo per il fatto che ai giorni nostri siamo ancora qui che lamentiamo la perdita delle tradizioni, che alla domanda “dove mangio una buona cotoletta?” contiamo sulle punta delle dita di una mano i posti da condividere segretamente con gli amici più fidati, ma anche per quell’accenno ad un concorso sui piatti meneghini.

Ricordiamo tutti Giallo Milano? L’idea è la stessa ed è un peccato che da qualche anno non si tenga più. Benemerito chi lo organizzava, ma, appunto, non poteva certo continuare a proprie spese, allora, perché non suggerire alle Istituzioni di farsene carico?

Potrebbe essere un modo simpatico non solo di preservare le tradizioni, quelle di un servizio in cui sala e cucina sono un tutt’uno, ma di condividerle con tutti i cittadini vecchi e nuovi, perché è nel DNA di ogni milanese, nativo o adottivo, sentirsi subito parte integrante di questa città che tutti accoglie sempre.

Rileggiamo allora, con una punta di nostalgia, il breve trattato di Colzani, è lo stesso Comune di Milano a fornircene occasione, e troviamo nuove forze per ridare smalto ad iniziative che ci facciano sentire orgogliosi di appartenere ad una comunità e cosa c’è di meglio della convivialità che un buon piatto, magari un risotto alla milanese, possa offrire?

GIALLO MILANO

Aldo Palaoro

Pubblicato su Sala & Cucina il 1 aprile 2016

Mercato del Duomo, un’occasione mancata

Dumo con auto

C’era una volta piazza Duomo con le auto, così ci poteva anche stare che, seppur in tempi diversi, ci fosse un Autogrill nel centro di Milano. Le auto non ci son più, ma l’Autogrill resiste, più come categoria del pensiero, perché nonostante tutti gli sforzi di cambiare, di evolversi, il progetto del Mercato del Duomo si può considerare fallito.

Andiamo con ordine.

Lo scorso anno, di questi tempi, lo stato maggiore di Autogrill, l’architetto De Lucchi, il Comune di Milano, nella persona dell’Assessore e ViceSindaco De Cesaris, che aveva fortemente sostenuto il progetto di restauro e la nuova strategia commerciale di grande appeal per il salotto buono della città, annunciavano, come si dice “in pompa magna” la riapertura di Autogrill nella nuova veste di Mercato del Duomo.

Fermo immagine: tutti soddisfatti ed entusiasti, un luogo, da tempo trascurato, con alle spalle anche una disonorevole chiusura ad opera dell’ASL, si trasformava in un gioiello, tra l’altro, di una bellezza ritrovata, così come era appena accaduto con il restauro della Galleria Vittorio Emanuele. Tutto pronto in tempo per Expo.

Accanto ad alcuni esercizi di ristorazione, tra cui l’apprezzato e celebrato Spazio di Niko Romito, e la formula già testata in Stazione Centrale a marchio Bistrot, un mercato ove spiccavano i banchi di alcuni tra i più bravi professionisti della panificazione, della pasticceria, della macelleria ecc.

Trascorso poco meno di un anno, l’amara sorpresa, Grazioli & Co. son spariti ed al loro posto, con poche modifiche, il mercato si è trasformato nel percorso classico di Autogrill, con prodotti civetta per turisti poco avvezzi di primizie nostrane.

Cosa è successo?

Banalizzando forse non era conveniente, tutto qui. Perché, però?

Perché non ha funzionato l’offerta di prodotti da banco buoni, freschi, di alta qualità?

Innanzitutto il luogo era giusto? Forse no, per un paio di motivi direi: la scarsa propensione all’acquisto di generi alimentari da portare a casa se si è milanesi o pendolari, o, peggio, in albergo, se si tratta di turisti, la concorrenza storica di Peck o più recente di altri negozi che, pur soffrendo, resistono, come Eat’s e La Rinascente.

Aggiungo che di residenti nel centro storico ce ne sono molto pochi.

Dunque, il coraggio di Autogrill nel proporre un modo nuovo di vendere pane, dolci, salumi è durato poco, troppo poco, più facile, dunque, rifugiarsi nel rassicurante prodotto da battaglia, buonino, ma non troppo, ad un prezzo che garantisca un margine più alto e permetta alta rotazione.

Si poteva tentare di resistere? Magari accentuando la parte somministrazione degli stessi banchi?

Una tartelette di “Come una torta” valeva due passi in più quando ci si trovava in zona. Anche un pezzo di pane fragrante, da mangiar subito.

Niente da fare, il profitto vince sempre, il coraggio non è per tutti, tantomeno di un’azienda che deve far numeri.

Peccato, un’occasione mancata, aggiungerei anche uno sgarbo a chi, in Comune, aveva sposato il progetto e oggi deve digerire un repentino cambiamento che sa un po’ una sconfitta per tutti.

Autogrill torna ad essere Autogrill, per fortuna, però, le auto in piazza Duomo non torneranno mai più.

Aldo Palaoro

 

(foto tratta da Milano Sparita)

Uso e abuso del Social Network

Mercato Metropolitano 01 Mercato Metropolitano 02

Quando la scorsa primavera a Milano apriva i battenti il Mercato Metropolitano, fui anch’io tra coloro che salutarono con favore la novità.

Un luogo recuperato, una formula azzeccata, un successo che fece tremare i polsi anche a quello di Expo corsi ai ripari con il biglietto da 5 euro per attirare la movida serale che, in quello scorcio d’inizio stagione, vedeva numeri da capogiro in zona Navigli e nessuno dalle parti di Rho.

A fine ottobre, però, nel rispetto della data a loro concessa, quelli di Mercato Metropolitano hanno lasciato il campo ad un altro gestore e, dopo un paio di mesi, certi di ripetere il successo meneghino, hanno aperto a Torino, negli spazi dismessi della stazione di Porta Susa.

Fin qui tutto bene, bravi.

Ma… c’è un ma che mi ha lasciato perplesso.

Perché tenere la stessa pagina Facebook? Certo, in fondo, se il progetto è di girovagare per l’Italia, recuperando spazi dismessi, trasformandoli in attività di successo, il brand è importante che sia consolidato, rimarcato ad ogni occasione; tuttavia, al momento, una cosa stona, infatti, non solo le migliaia di fans della pagina sono probabilmente tutti milanesi, ma così i commenti che, parlano, per logica, di ciò che è successo a Milano. Anche qui, si può pensare, nel solco del progetto, si vogliono mantenere i commenti, perlopiù positivi, per comunicare ai nuovi possibili avventori la bontà dell’operazione. Solo un particolare fa cadere, ai miei occhi, il valore della comunicazione social e lo si vede in diversi post pubblicati in questi giorni, la localizzazione è sempre Milano…”venite a trovarci, siamo qui ad aspettarvi”, ma, in realtà, chi pubblica, il web social manager, lo sta facendo da Milano.

Per non far figure da polli basta togliere la geolocalizzazione, non è difficile.

Ricordo un caso simile per Academia Barilla che commentava “in diretta” eventi di Parma da un comodo chalet di Macugnaga.

Ebbene, oggi, questi errori veniali non son più ammessi.

 

Aldo Palaoro

Insegne d’annata

Ponti 1881

il vero titolo di questo articolo sarebbe “Lo strano caso dei ristoranti nuovi con la data vecchia”, perché da qualche tempo un nuovo fenomeno affligge questo nostro buffo settore.

Già dovremmo preoccuparci del numero esagerato di aperture di ristoranti che spuntano da ogni dove e, in particolare, si insediano nel centro di Milano in posizioni strategiche e molto costose. Ci si domanda come sia possibile, immaginando che i flussi di denaro per tutto questo dinamismo non siano così trasparenti, ma questa è un’altra storia di cui si è occupato il buon Visintin e di cui, purtroppo, temo se ne occuperanno ancora le cronache anche quelle nere.

Il punto di oggi è sul comportamento sgradevole e truffaldino che alcuni imprenditori applicano nella comunicazione della propria attività.

Capita sempre più spesso di notare, compresa nella grafica dell’insegna, una data.

Nulla di male, se questa data sia riferibile, effettivamente alla fondazione del locale, già un po’ meno corretto, però, quando capita che l’azienda moltiplichi i propri punti vendita e applichi a ciascuno la stessa data di nascita, riferendosi, in questo caso, più alla nascita dell’idea che dell’esercizio.

Un paio di esempi milanesi: il Bar Crocetta di Porta Romana, venduto a nuova proprietà (e qui ci sarebbe già da disquisire sulla validità della data originale, dal momento che non c’è un passaggio famigliare ereditario, ma è opinabile), ma che aggiunge locali in altri luoghi. Uno tra questi, peraltro, è al posto dello storico “Resentin”, dove la scelta di sfruttare l’insegna “Crocetta” prevale curiosamente sull’insegna storica di via Ponte Vetero.

Stessa idea, ma qui, almeno, la famiglia c’è ancora, per Spontini, pizza al taglio, insegna nata nel 1953 nell’omonima via e, recentemente, in via di rapida, molto rapida, moltiplicazione.

Ciò che proprio non capisco e biasimo è, invece, chi inserisce una data, pescandola chissà dove, senza alcun fondamento storico, solo per darsi un tono, per dire al cliente di passaggio “ehi, noi siamo qui dal 1700… vorrà dire qualcosa, tradizione, esperienza, continuità…” insomma, metteteci voi quello che credete una data lontana nel tempo dia più autorevolezza.

Pensate a quel cliente che passa per caso, ad uno straniero che sa che gli italiani hanno tutti una grande storia alle spalle, anche culinaria, come si farà attirare da quella data e cadrà nel tranello. Per carità, non sto giudicando la cucina, il servizio, le persone che vi lavorano, ma sto criticando con forza la “captatio benevolentiae” basata su di una truffa.

Un esempio curioso? Un nuovo locale aperto da qualche giorno in pieno centro, nel blocco ove c’è la Banca Cesare Ponti dove, nelle vetrine che proseguono sul retro, verso la Galleria Vittorio Emanuele, ha aperto un ristorante-pizzeria che si chiama, guarda caso, “Da Ponti 1881”. Come se il fu banchiere Ponti avesse, in quell’anno, avviato, con l’istituto di credito, anche un’attività di somministrazione, oggi proseguita con onore dai suoi eredi. Sarà vero?

Aldo Palaoro

Milano intitola una strada a Veronelli e la stampa gastronomica non se ne accorge

(se non per il comunicato stampa)

Veronelli Passeggiata 01

Milano, 30 novembre 2015

In una splendida mattina di fine novembre, a 11 anni e 1 giorno dalla sua scomparsa, Milano ha reso omaggio ad uno dei suoi figli più apprezzati intitolandogli una strada.

Da oggi, il tratto pedonale che unisce il quartiere Isola alla scintillante, sopraelevata, piazza Gae Aulenti, si chiama “Passeggiata Luigi Veronelli”, un luogo bello, simbolico, perché unisce la Milano del passato, dove “Gino” viveva, e quella del futuro.

Una cerimonia sobria, condotta dall’Assessore Filippo Del Corno, in stile meneghino, certamente gradito dal destinatario del riconoscimento, alla presenza dei famigliari, delle istituzioni e, in rappresentanza di tutto ciò che il grande filosofo, giornalista, scrittore, gastronomo ha significato in vita e lasciato dopo la sua scomparsa, Gian Arturo Rota.

Un momento di riflessione sul lascito, soprattutto culturale, di Veronelli, sull’importanza di un percorso che è alla base di tutto ciò che oggi definiamo “mondo della gastronomia” distante anni luce dalla eccessiva spettacolarizzazione da palcoscenico. Un momento, finalmente lontano dalla sbornia di Expo che cannibalizzava tutte le iniziative, dunque perfetto per avere i riflettori puntati e l’attenzione di tutti i protagonisti del settore.

Questa la cronaca, ma, c’è un ma, per cui non posso esimermi, come giornalista, dal registrare un fatto che ritengo non solo increscioso, ma sintomatico della distorsione di un sistema che ha ormai superato il limite della decenza.

Alla cerimonia ero l’unico giornalista di settore presente.

Milano intitola una strada a Luigi Veronelli, colui che ha aperto la strada maestra della gastronomia sulla quale oggi “passeggiano”, più o meno degnamente, tanti, troppi, personaggi. Tutti gli devono qualcosa, quasi tutti avrebbero continuato a fare altro se prima non ci fosse stato lui.

Eppure nessun giornalista del circo della ristorazione ha pensato di dedicare pochi minuti della propria giornata per rivolgere un pensiero a Veronelli, lo stesso possiamo dire dei cuochi, non pervenuti.

Gian Arturo Rota, saggio come il suo mentore, ha provato a confortarmi sottolineando che l’importanza del gesto di intitolare la strada a Gino conta più di ogni altra cosa, ed aggiungo io, di ogni piccolezza.

Come è possibile? Dov’erano i generali della critica, ma soprattutto i loro ascari o l’allegro mondo della blogosfera, tutti a diverso titolo cantori delle gesta dei cuochi superstar, dov’erano i cuochi presunti tali che proprio il lavoro di Gino ha permesso di elevare dal rango di osti a quello di professionisti completi e globali?

Vorrei immaginare che la ragione di questa trascuratezza possa essere ricercata nella scomodità del personaggio così vero, così concreto, così fuori dagli schemi, vorrei pensare che una generazione di giovani food addicted possa non saper della sua esistenza, un decennio è sufficiente per l’oblio, ma mentirei a me stesso.

Ancora una volta è Rota a riportarmi alla realtà, perché Veronelli, che “stava coi piedi per terra, volava alto, troppo alto”… ed io, più prosaicamente, chiudo che forse non c’era nessuno, anche perché alla fine non c’era neppure una tartina da rincorrere.

Aldo Palaoro

 

Articolo pubblicato in data 1 dicembre anche su Ristorazione & Catering

 

Cedesi # hashtag

InOtticaExpo Hashtag 01

Così, alla fine, novembre è arrivato ed Expo2015 è archiviata.

Ricordo ancora, era il 2010, quando, informalmente e, sottolineo, gratuitamente, diedi il mio primo contributo a chi si stava domandando come gestire la ristorazione all’interno del sito espositivo. Con un collega, esperto anch’egli del mondo del cibo, suggerimmo un paio di idee che, guarda caso, sono poi state la base dell’impianto che abbiamo imparato a conoscere in questi mesi: i chioschi e lo street food, un hardware agile e diffuso ed un software coerente con la variegata offerta di cibo italiano da strada.

Ce ne furono poi altri di contributi, come l’idea di creare degli “Ambassador” fino a che smisi di regalare idee, visto che meriti e guadagni finivano altrove. Così come so di professionisti che suggerirono, ad esempio, l’idea delle stecche di servizio…

Pazienza, a quelli come me interessava che Milano cogliesse questa occasione per crescere; ora, però, sfruttiamola come collettività e non lasciamola alle speculazioni di pochi.

Intanto il settore Food ha avuto questa vetrina per sei mesi, anzi, per qualche anno in preparazione e, poi, durante il semestre espositivo, tuttavia, pur avendo sfruttato l’evento per uno sviluppo già evidente e per una crescita che ancora potremmo cavalcare nel futuro, ci si è limitati alla superficie, alla crosta.

Va bene lo stesso, siamo ottimisti (anche senza prefisso Expo), è stato importante stimolare tutti a darsi da fare, a muoversi per creare opportunità e sviluppo.

Peccato per i contenuti, un po’ trascurati, forse troppo impegnativi per un evento che funziona se il pubblico riesce a cogliere messaggi facili e fruibili.

Ora, però, mi domando come faremo, orfani di questa parolina magica, usata come suffisso, prefisso, hashtag, storpiata in mille modi, l’ultimo avvistamento è per un “Valtidonexpo”, un uso al limite dello sconsiderato, al punto che sembrava che bastasse nominare la parola, o aggiungerla ad altre parole, per aprire ogni cancello.

Così amministrazioni pubbliche e aziende private hanno messo mano al portafoglio, finanziando innumerevoli iniziative, alcune riuscite, molte inutili e dispendiose, nel nome di Expo, anzi appunto “In Ottica Expo”, una frase che ci è uscita dagli occhi e dalle orecchie, tanto che ad un certo punto decisi di farne un hashtag per prendere e prenderci un po’ in giro.

Fu così che rilanciando sui Social ogni iniziativa, evento, ma anche tante sciocchezze che venivano pomposamente avanzate, appunto in quell’ottica, pubblicando con arguzia, si finiva per essere rilanciati anche dai Social ufficiali che, forse, non si rendevano conto dell’ironia intrinseca al post.

Ora lo posso confessare e, a questo punto, chiudere qui, trasformandolo in memorabilia, così se qualche appassionato #expottimista lo desiderasse posso cederlo, prezzi modici, come quelli di Expo2015…

Aldo

Food hall

ma poteva anche essere Food Hell, per diversi motivi; il primo, banalmente, perché a stimolare l’uso di un blog, per condividere qualche pensiero, è forse stato il caldo dei giorni del luglio 2015, che, però, facciamocene una ragione, in particolare i colleghi “giornalisti catastrofisti”, non ricorderemo per questo come la lunga estate calda del 2003 (dal 10 maggio a fine settembre ininterrottamente sopra i 30 gradi!).

Il secondo, forse più comprensibilmente, per quello che sembra esser diventato il mondo del cibo, della ristorazione, soprattutto oggi in Italia, un inferno, una bolgia, va beh, dai, un’arena… un salone? Un salotto? Ed ecco che è abbastanza Food Hall.

Tra l’altro le lettere del mio nome ci son dentro tutte e dentro questa “arena” ci potrà entrare chi vuole ed ha qualcosa da dire che abbia senso, per me. Magari con forze e teste giovani, chissà.

Così, accanto all’esperienza di giornalismo scritto su testate altrui, ho pensato che sperimentare il blogging, il diario, fosse utile, soprattutto se condiviso. Vediamo fino a quando.

In questo spazio caricherò ogni tanto qualche articolo, già pubblicato su varie testate, che riterrò significativo e degno di evidenza.

Buona lettura.