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KATZ che buono!

ARTICOLO APPARSO su Panino Magazine il 28 maggio 2018

Attirato dall’intrigante annuncio Social di Marco Salamon, titolare diCibario(gastro boutique da strada, di via Confalonieri a Milano), che, in questa settimana, avrebbe messo in carta niente po’ po’ di meno che un “pastrami” alla moda di KATZDelicatessendi New York, cado nella tela golosa del ragno tentatore e mi precipito a cavallo di una bicicletta del Comune per assaggiare il prelibato ed evocativo panino.

La trappola, peraltro, era stata ben congegnata, infatti, già da qualche giorno l’insegna del mitico locale della Grande Mela campeggiava sulla pagina Facebook di Marco, annunciando una sorpresa, facile da indovinare ed anche il nome scelto per il panino, “Brooklyn Sandwich con pastrami, senape e insalata”, era lì a dirti che sarebbe stato come fare un viaggio a New York City.

D’altra parte il quartiere Isola, dove è ubicato Cibario, è un po’ il nostro Village e come non immaginare, mentre ti gusti il tuo panino di carne speziata, di essere a New York, seduto sulle panche accanto alla Piccola Libreria Liberada strada adibita a book crossing proprio da Marco, all’ombra dei verdi grattacieli disegnati daStefano Boeri?

L’effetto sembra quasi voluto e, socchiudendo gli occhi, nell’estasi tra un boccone e l’altro, quasi sembra di sentire Meg Ryanmentre simula un orgasmo davanti ad un imbarazzato Billy Crystal, nella celebre scena di “Harry ti presento Sally” girata proprio da KATZ.

Il panino viene servito in forma di tramezzino, suddiviso in quattro triangoli, abbondanti e gratificanti, ma, tranquilli, non nella porzione ciclopica che viene servita a NYC che sfamerebbe una famiglia intera, il costo è di 6 €; per il momento solo questa settimana, poi, se i clienti insisteranno, chissà.

Aldo Palaoro

Follow the money: Influencer come Al Capone?

da sinistra:
Eleonora D.Arnese, Aldo Palaoro, Matteo G.Flora, Alessandro Galimberti, Valerio M.Visintin, Anna Maria Pellegrino, Vincenzo Guggino

Si è tenuto, giovedì 22 marzo, a Milano, presso la libreria Open, il secondo appuntamento stagionale di DOOF, l’altra faccia del Food. Questa volta una affollatissima platea di curiosi ha potuto approfondire la conoscenza di un tema che sta scuotendo il mondo dell’informazione anche nel mondo del cibo: i cambiamenti in atto determinati dalla crescita del web e degli strumenti più innovativi di comunicazione.

Moderati da Valerio Massimo Visintin, i relatori, Anna Maria Pellegrino, cuoca e foodblogger, Alessandro Galimberti, Presidente dell’Ordine dei Giornalisti di Lombardia, Vincenzo Guggino, Segretario Generale dell’Istituto di Autodisciplina Pubblicitaria, Matteo G. Flora, esperto e docente di reputation company e sicurezza informatica, hanno incrociato le lame della dialettica per sviscerare le dinamiche di un settore in così rapida evoluzione che, anche durante la discussione, intervallata dai dotti contributi video di Pamela Panebianco, editor di Agrodolce e Paolo Lottero, digital strategist, si alimentavano le reciproche conoscenze dell’ultima ora.

Diversi gli spunti della serata che ruotava intorno ad un dilemma: la confusione generata tra informazione e promozione deve sciogliersi producendo una netta distinzione tra le due. Nulla di più di ciò che è sempre successo, in un mondo pre-internet, quando le regole di una corretta informazione erano certe, erano rispettate, ma, se aggirate, erano anche sanzionate.

Oggi, la rapida evoluzione della comunicazione in rete sta mettendo a dura prova questo sistema che non è solo organizzativo, ma di valori.

Gli editori sono i principali colpevoli, non solo di non aver voluto affrontare il cambiamento in modo corretto e rispettoso del mondo del lavoro, ma anche di aver cavalcato gli aspetti negativi che lo contraddistinguono (recente il gravissimo caso di Conde Nast che sta sostituendo sistematicamente i giornalisti con blogger e influencer, creando un mondo di precarizzazione istituzionalizzata).

Si stima che in Italia siano circa 15000 i blogger attivi nei vari settori, il food è certamente uno dei più frequentati. Come agire, dunque, per gestire un magma che può diventare pericoloso per l’informazione?

Vincenzo Guggino dello IAP ha descritto una situazione critica, ma con qualche speranza di soluzione, dal momento che non solo si sta cercando di sensibilizzare chi oggi comunica nelle forme più disparate, ma, in accordo, soprattutto, con le aziende più grandi ed influenti, si sta cercando di addivenire ad una regolamentazione sempre più stingente.

Lo stesso tentativo è in atto da parte dell’Odg, come ha dichiarato Alessandro Galimberti, presidente della sezione lombarda dell’Ordine e dell’Unione Cronisti Italiana, attraverso un progetto allo studio che si applicherebbe come una sorta di “adesione volontaria” ai principi deontologici della professione giornalistica da parte di blogger e influencer.

Insomma, una serie di incroci sul tema davvero delicati, perché, se come afferma Pamela Panebianco c’è chi ha studiato da giornalista e vorrebbe diventarlo, ma il mondo nel frattempo è cambiato, ci sono giornalisti che non guadagnano più di 8 euro a pezzo e ormai si sognano di scrivere sulla carta stampata che, intanto, sta pericolosamente avvicinandosi all’estinzione, come si evince dai dati mostrati da Lottero e confermati con diverse chiavi di lettura dai relatori presenti in sala.

Il punto, però, è che, al momento, in assenza di regole chiare e rispettate, le nuove forme di comunicazione provocano la conseguenza grave che informazione e promozione vengano messe sullo stesso piano in modo più o meno consapevole e fraudolento da numerosi blogger che, parandosi dietro alla grottesca giustificazione che “mi deve piacere” fingono di fornire consigli gratuiti e autorevoli, quando, in realtà, sono remunerati e, dunque, truffaldini.

Interessanti i suggerimenti di Galimberti e Flora:

Galimberti sostiene, infatti, che se si applicasse il meccanismo individuato per la musica e si pagassero i contenuti giornalistici pochi centesimi, ma tutti, non ci sarebbe più bisogno della pubblicità, a questo punto lasciata ai blogger ed agli instragrammer, separando definitivamente ed in modo evidente ai lettori o spettatori, la pubblicità dall’informazione.

Flora, invece, dopo aver chiarito i tre peccati capitali degli influencer: etica, regole, fisco, affermando che oggi costoro agiscono, nella quasi totalità dei casi, nell’illegalità totale o parziale, sostiene che la cosiddetta “disclosure” porrebbe un drastico freno alla pubblicità occulta, facendo diminuire di più del 20-30% i vantaggi economici degli influencer.

Non solo, profetizza che sarà proprio il fisco a svelare e rompere il gioco, infatti, ogni controvalore, monetario o regalia, deve essere fatturato così, come per Al Capone, come osserva Visintin con sagacia, sarà una questione oggi ritenuta marginale a rimettere le cose a posto. Vedremo, intanto tra gli vari danni provocati dalla viralità generata dalla superficialità di un mondo che non segue le regola basilari dell’informazione, Anna Maria Pellegrino, descrive il caso “avocado” che sta praticamente rovinando l’ambiente e le abitudini alimentari del Cile, ma segnala anche, ancor più grave, come alcuni suggerimenti di “curare il diabete di tipo 2 con una dieta al posto di usare l’insulina”, sia da delinquenti.

L’incontro, dopo uno dei tanti esempi di doppio gioco messo in atto da una nuova generazione di comunicatori che, in spregio di ogni regola deontologica, collezionano collaborazioni con diverse testate, magari proponendosi gratis, al solo scopo di riversarvi le promozioni di clienti a cui nel frattempo vendono un servizio di ufficio stampa con uscite sicure, si conclude, curiosamente, con una sollecitudine di Flora che enuncia più o meno lo stesso principio con cui la D.ssa Alessandra Dolci, coordinatrice distrettuale antimafia, aveva sintetizzato il precedente incontro su “Mafie e Ristorazione”: “Chi non sa non vede” diceva il magistrato, “evitare di ignorare” chiosa Matteo G.Flora riferendosi ai blogger che fingono di entusiasmarsi per qualsiasi cosa, finendo di non aver avuto un beneficio in cambio; il fiato sul collo è già una buona medicina per curare questa patologia.

Aldo Palaoro

 

pubblicato su Sala & Cucina in data 26 marzo 2018

Foodblogger non morde Foodblogger

(tratto da Sala&Cucina 2017)
(tratto da Sala&Cucina 2017)

In questi ultimi mesi, nel magico mondo del food, c’è agitazione.

Mi riferisco in particolare al fenomeno che si registra da alcuni anni, definito “foodblogger” o come per primo, con grande senso dell’humour, lo etichettò Valerio Massimo Visintin “fuffblogger”.

Un inciso. Anni fa, all’apparire dei primi blog, salutai con favore il nuovo strumento, immaginando e sperando che potesse, in assenza di una ormai ridotta possibilità di fare scuola di giornalismo o apprendistato nelle redazioni, potesse essere quella la strada per la coltivazione di nuovi giornalisti, che, fattisi le ossa scrivendo per passione, finissero per divenire esperti di un certo settore e assurgere al livello superiore di giornalista.

Cosa è successo, invece? Poco o nulla, in pochissimi, e sfruttati da editori ben contenti di avere articoli scritti per pochi soldi, sono entrati nelle redazioni, la maggioranza ha vagato nella rete, trovandosi ciascuno la propria strada, perlopiù mirando alla consulenza di aziende che scambiano l’effimera e incerta visibilità dei blog per reale possibilità di fare comunicazione “up tu date”.

Dunque, visto che il giornalismo, nel frattempo, è decaduto di suo, son diventati tutti esperti di comunicazione, andando ad occupare uno spazio che, per i professionisti del settore è sempre stato senza tutele come, invece, lo è, forse meglio dire era, il giornalismo.

Tutto ciò premesso, cosa sta succedendo?

I giornalisti, spiazzati da un cambiamento inatteso, si scagliano, inutilmente, contro i blogger, questi, infatti, nel frattempo, stanno cambiando pelle, prendendo strade diverse a seconda di come cambia il vento di internet.

Le punte si trasformano in “influencer” trascurando il blog ed ottimizzando l’uso dei social network, una scelta dettata dall’evoluzione della comunicazione in rete che non ha più bisogno di tante parole, ma solo di immagini, foto e video. La cosa importante e avere tanti seguaci (follower), ma, soprattutto, tanti “mi piace” (like o cuoricini), altrimenti se non c’è interazione (engagement), le aziende più attente si accorgono che certi numeri di Instagram o di Facebook (Twitter sta perdendo importanza), non sono reali, peggio, sono comprati.

In questo contesto va stigmatizzato il comportamento di chi usa questi spazi digitali per pubblicizzare qualsiasi cosa, fingendo di dare consigli, così come chi regala articoli a più testate al solo scopo di offrire spazi di visibilità ai propri clienti. Chiaramente è un’esasperazione del modello, visto che, in questo modo, vanno a sommarsi il mestiere del giornalista, del blogger e dell’addetto stampa, una stortura purtroppo già registrata, con conseguenze che coprono l’intero arco dal patetico al ridicolo.

Questi strumenti, dunque, sono ancora agli albori e senz’altro in rapido mutamento, perché, se oggi uno è bravo a gestire la propria presenza in rete raccogliendo consenso e, di conseguenza, vendendo spazio pubblicitario, sta monetizzando il frutto di un percorso di anni. Chi, invece, come illustrato poc’anzi, tenta maldestramente di seguire questa strada con sotterfugi e giocando sullo sfruttamento del mezzo, ma senza contenuti e, peggio ancora, senza reale interazione, non solo è da biasimare, ma, presto o tardi, è destinato a scomparire.

Chi, invece, non riesce a diventare “influencer”, invero un paio di casi al massimo, sceglie altre formule. Una che sembra in voga è “l’ammucchiata”. In pratica se prima gli uffici stampa cercavano di fare massa critica digitale, invitando un certo numero di blogger, affinché, durante l’evento in rete, apparissero, tutti insieme, numerosi post sull’argomento, ora sono gli stessi blogger a organizzarsi, alcuni proprio con tanto di associazione, e a “offrirsi” in gruppo alle agenzie o alle aziende.

L’adattamento all’ambiente è la caratteristica principale, dunque, del fenomeno che stiamo osservando in questo periodo.

Nonostante, infatti, alcuni si affrettino a sottolineare l’importanza dei contenuti, ciò che emerge è che l’apparire è nettamente vincente sull’essere, non conta ciò che si mostra, ma che in tanti interagiscano con te, allora sei spendibile.

Credo che per la comunicazione sia una china pericolosa, una deriva negativa che per lungo tempo, finché le aziende non capiranno come distinguere la qualità, schiaccerà la professionalità a beneficio dell’effimero.

C’è un bizzarro corollario a tutto ciò, perché tra i diversi fenomeni emersi in questi ultimi tempi, uno, quello di “Fatto in casa da Benedetta”, sta sparigliando di nuovo e sta creando panico tra i foodblogger.

Quella che sembra una perfetta sconosciuta, una “sora lella 2.0”, raccoglie milioni di seguaci. Semplici ricette illustrate con video senza pretese, producono risultati che tutti insieme i blog, nati anche da dieci anni, non si sognano neppure. Come si permette?

Paradossale l’effetto che fa su chi si sente usurpato: “è tutto finto”, “figurati che son solo lei ed il marito, ci sarà dietro un gruppo potentissimo (la Spectre del Food, ndr)”, “sfrutta il nome Benedetta (copyright della Parodi, che non si capisce, perchè non l’abbia ancora querelata, ndr)”. Insomma eccoci, eravamo rimasti a “Foodblogger non morde Foodblogger”, poi arriva questa impudente e il solito chiacchiericcio del mondo del food si trasforma in latrati di terrore e si ricomincia da capo, ora i Foodblogger sanno cosa hanno fatto provare a comunicatori e giornalisti e la ruota gira…

Aldo Palaoro

 

  • articolo pubblicato il 3 ottobre 2017 su Sala & Cucina