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Follow the money: Influencer come Al Capone?

da sinistra:
Eleonora D.Arnese, Aldo Palaoro, Matteo G.Flora, Alessandro Galimberti, Valerio M.Visintin, Anna Maria Pellegrino, Vincenzo Guggino

Si è tenuto, giovedì 22 marzo, a Milano, presso la libreria Open, il secondo appuntamento stagionale di DOOF, l’altra faccia del Food. Questa volta una affollatissima platea di curiosi ha potuto approfondire la conoscenza di un tema che sta scuotendo il mondo dell’informazione anche nel mondo del cibo: i cambiamenti in atto determinati dalla crescita del web e degli strumenti più innovativi di comunicazione.

Moderati da Valerio Massimo Visintin, i relatori, Anna Maria Pellegrino, cuoca e foodblogger, Alessandro Galimberti, Presidente dell’Ordine dei Giornalisti di Lombardia, Vincenzo Guggino, Segretario Generale dell’Istituto di Autodisciplina Pubblicitaria, Matteo G. Flora, esperto e docente di reputation company e sicurezza informatica, hanno incrociato le lame della dialettica per sviscerare le dinamiche di un settore in così rapida evoluzione che, anche durante la discussione, intervallata dai dotti contributi video di Pamela Panebianco, editor di Agrodolce e Paolo Lottero, digital strategist, si alimentavano le reciproche conoscenze dell’ultima ora.

Diversi gli spunti della serata che ruotava intorno ad un dilemma: la confusione generata tra informazione e promozione deve sciogliersi producendo una netta distinzione tra le due. Nulla di più di ciò che è sempre successo, in un mondo pre-internet, quando le regole di una corretta informazione erano certe, erano rispettate, ma, se aggirate, erano anche sanzionate.

Oggi, la rapida evoluzione della comunicazione in rete sta mettendo a dura prova questo sistema che non è solo organizzativo, ma di valori.

Gli editori sono i principali colpevoli, non solo di non aver voluto affrontare il cambiamento in modo corretto e rispettoso del mondo del lavoro, ma anche di aver cavalcato gli aspetti negativi che lo contraddistinguono (recente il gravissimo caso di Conde Nast che sta sostituendo sistematicamente i giornalisti con blogger e influencer, creando un mondo di precarizzazione istituzionalizzata).

Si stima che in Italia siano circa 15000 i blogger attivi nei vari settori, il food è certamente uno dei più frequentati. Come agire, dunque, per gestire un magma che può diventare pericoloso per l’informazione?

Vincenzo Guggino dello IAP ha descritto una situazione critica, ma con qualche speranza di soluzione, dal momento che non solo si sta cercando di sensibilizzare chi oggi comunica nelle forme più disparate, ma, in accordo, soprattutto, con le aziende più grandi ed influenti, si sta cercando di addivenire ad una regolamentazione sempre più stingente.

Lo stesso tentativo è in atto da parte dell’Odg, come ha dichiarato Alessandro Galimberti, presidente della sezione lombarda dell’Ordine e dell’Unione Cronisti Italiana, attraverso un progetto allo studio che si applicherebbe come una sorta di “adesione volontaria” ai principi deontologici della professione giornalistica da parte di blogger e influencer.

Insomma, una serie di incroci sul tema davvero delicati, perché, se come afferma Pamela Panebianco c’è chi ha studiato da giornalista e vorrebbe diventarlo, ma il mondo nel frattempo è cambiato, ci sono giornalisti che non guadagnano più di 8 euro a pezzo e ormai si sognano di scrivere sulla carta stampata che, intanto, sta pericolosamente avvicinandosi all’estinzione, come si evince dai dati mostrati da Lottero e confermati con diverse chiavi di lettura dai relatori presenti in sala.

Il punto, però, è che, al momento, in assenza di regole chiare e rispettate, le nuove forme di comunicazione provocano la conseguenza grave che informazione e promozione vengano messe sullo stesso piano in modo più o meno consapevole e fraudolento da numerosi blogger che, parandosi dietro alla grottesca giustificazione che “mi deve piacere” fingono di fornire consigli gratuiti e autorevoli, quando, in realtà, sono remunerati e, dunque, truffaldini.

Interessanti i suggerimenti di Galimberti e Flora:

Galimberti sostiene, infatti, che se si applicasse il meccanismo individuato per la musica e si pagassero i contenuti giornalistici pochi centesimi, ma tutti, non ci sarebbe più bisogno della pubblicità, a questo punto lasciata ai blogger ed agli instragrammer, separando definitivamente ed in modo evidente ai lettori o spettatori, la pubblicità dall’informazione.

Flora, invece, dopo aver chiarito i tre peccati capitali degli influencer: etica, regole, fisco, affermando che oggi costoro agiscono, nella quasi totalità dei casi, nell’illegalità totale o parziale, sostiene che la cosiddetta “disclosure” porrebbe un drastico freno alla pubblicità occulta, facendo diminuire di più del 20-30% i vantaggi economici degli influencer.

Non solo, profetizza che sarà proprio il fisco a svelare e rompere il gioco, infatti, ogni controvalore, monetario o regalia, deve essere fatturato così, come per Al Capone, come osserva Visintin con sagacia, sarà una questione oggi ritenuta marginale a rimettere le cose a posto. Vedremo, intanto tra gli vari danni provocati dalla viralità generata dalla superficialità di un mondo che non segue le regola basilari dell’informazione, Anna Maria Pellegrino, descrive il caso “avocado” che sta praticamente rovinando l’ambiente e le abitudini alimentari del Cile, ma segnala anche, ancor più grave, come alcuni suggerimenti di “curare il diabete di tipo 2 con una dieta al posto di usare l’insulina”, sia da delinquenti.

L’incontro, dopo uno dei tanti esempi di doppio gioco messo in atto da una nuova generazione di comunicatori che, in spregio di ogni regola deontologica, collezionano collaborazioni con diverse testate, magari proponendosi gratis, al solo scopo di riversarvi le promozioni di clienti a cui nel frattempo vendono un servizio di ufficio stampa con uscite sicure, si conclude, curiosamente, con una sollecitudine di Flora che enuncia più o meno lo stesso principio con cui la D.ssa Alessandra Dolci, coordinatrice distrettuale antimafia, aveva sintetizzato il precedente incontro su “Mafie e Ristorazione”: “Chi non sa non vede” diceva il magistrato, “evitare di ignorare” chiosa Matteo G.Flora riferendosi ai blogger che fingono di entusiasmarsi per qualsiasi cosa, finendo di non aver avuto un beneficio in cambio; il fiato sul collo è già una buona medicina per curare questa patologia.

Aldo Palaoro

 

pubblicato su Sala & Cucina in data 26 marzo 2018

Comunicazione alla deriva

Quando con Samanta Cornaviera e Valerio Massimo Visintin abbiamo pensato a DOOF, tra i diversi malanni del mondo del Food, che abbiamo cercato di mettere in evidenza, di uno di questi speravamo fosse inutile parlarne, perché si credeva fosse sufficiente averne accennato, marginalmente, nell’incontro sul Social Food, mi riferisco agli epigoni degli Influencer. Già l’influencer è già quasi il passato, il presente sono gli emuli.

Ritenevamo, un po’ ingenuamente, che alcuni eccessi negativi di questa nuova forma di auto-comunicazione, sottolineati nel corso del dibattito, facessero intendere a chi, maldestramente, ne volesse seguire le orme, che non era proprio il caso.

Invece no. Sempre più spesso, direi quotidianamente, si assiste allo sviluppo invadente di una nuova tecnica.

È molto semplice: ci si propone a diverse testate (anche le più diffuse ci cascano), come collaboratore, senza pretendere un compenso per gli articoli scritti. Si fa credere all’editore di turno, il quale non si fa certo scappare l’opportunità di manodopera a gratis, che come moneta basti la visibilità di cui si godrà nel settore grazie alla mole di articoli scritti.

Parallelamente, e grazie proprio a quella visibilità derivata, ci si propone con altrettanta voracità ad aziende, consorzi, ristoranti, tutti affamati della stessa visibilità.

Naturalmente le aziende sono ben felici di pagare poco il sedicente giornalista anziché spendere molto per uno spazio pubblicitario, rassicurate dal fatto che questa distorta modalità di novello ufficio stampa porti a citazioni certe e frequenti, tante quante le collaborazioni di cui sopra, facile no?

Non è finita, perché il circolo virtuoso, anzi, scusate, il circolo vizioso viene alimentato anche attraverso un’accurata strategia di auto promozione con la diffusione a mezzo Social (tutti quelli in più in voga) della propria immagine e assidua presenza a tutti gli eventi possibili. Va da sé che, nel gioco collaborazioni/uffici stampa, questo sistema perverso si autoalimenta, perché più scrivo e più sono invitato dagli altri uffici stampa (senza contare che, a forza di aumentare le aziende clienti, aumentano gli eventi degli stessi, in una girandola infernale infinita).

Pensate sia tutto qui? Ingenui!

C’è ancora un’azione messa in campo dai nostri eroi della marchetta: la auto-marchetta. In pratica nella strategia, descritta prima, di auto-promozione si fa in modo di mettere in vista prodotti o citare aziende, con il duplice scopo di avere un ulteriore mezzo di comunicazione a disposizione delle proprie aziende già in portafoglio e gettare qualche esca per futuri possibili nuovi clienti, citati a gratis, in attesa che lo diventino a tariffa.

Ricapitoliamo: scrivo ovunque gratis e rovino la professione del giornalista, cito sistematicamente le mie aziende clienti, macchiandomi di grave conflitto di interesse, trasformo me stesso in un prodotto da promuovere per far passare più facilmente la pubblicità di qualsiasi cosa, facendo marchette anche preventive, per compiacere potenziali nuovi clienti. E quanta tenerezza fanno costoro che pensano che un piccolo, quasi invisibile, hashtag come #ad basti a farli sentire nel giusto, a pulirsi la coscienza.

Se ancora vi state chiedendo come sia possibile che a un giornalista sia permesso tutto ciò senza che, prima o poi, una sanzione metta fine all’esecrabile giochetto, be’ la risposta è semplice, anzi le risposte. Il più delle volte, infatti, costoro non sono giornalisti, ma, nel caso dei nostri eroi, c’è anche chi gioca sull’equivoco, magari qua e la lo scrive anche il titolo professionale usurpato, perché tanto chi controlla? Già, perché, ormai, chiunque può scrivere di qualsiasi cosa ed è colpa anche dell’Ordine dei Giornalisti che, non essendo esente da iscritti i quali, nel tempo, abbiano tenuto esattamente lo stesso comportamento, non ha più sufficiente credibilità per intervenire con autorevolezza. Dunque, seconda risposta, nessun controllo dagli organi deputati alla vigilanza, pertanto, nessuna azione sanzionatoria.

E le aziende? Già le aziende…colpevoli anch’esse. Infatti, dicevamo, questo nuovo gioco piace, perché permette di spendere poco e ottenere, anzi pensare di ottenere, tanta visibilità. Si tratta, invece, di un’operazione a perdere, nel medio termine. Affidarsi a questi nuovi comunicatori, che fanno dell’espediente il proprio modello di vita, garantisce risultati effimeri, appunto a termine, perché passano veloci, non lasciando traccia evidente; le cose che fanno e comunicano non rimarranno nella memoria dei lettori/consumatori. Così si commette un ennesimo peccato grave, questa volta ai danni dei professionisti della comunicazione e delle aziende virtuose, quelle che non usano scorciatoie, ma si affidano ai primi per campagne di comunicazione serie, durevoli, efficaci a lungo termine.

Come se ne esce? Non ho una ricetta, mi spiace, questa è la fase in cui si osserva un fenomeno, lo si studia, se ne riconoscono i sintomi, lo si denuncia. L’antidoto non è ancora stato pensato, testato, prodotto.

Per cominciare, però, si può almeno riconoscere che un problema c’è, che un virus ha aggredito il corpo della comunicazione, avvertirne la presenza è già importante, per capire come affrontarlo, per fare educazione professionale agli editori che devono ritornare ad essere tali e pagare il lavoro dei propri collaboratori, alle aziende che devono imparare a riconoscere la professionalità distinguendola dalla cialtroneria.

Anche sulle marchette si può lavorare, anzi, può esser quello il nostro primo gioco.

Identifichiamole, facciamole notare, denunciamo i comportamenti più o meno mascherati e poi via alla delazione, la forma decidiamola insieme.

Aldo Palaoro

 

diventeremo così?

             diventeremo così?

P.S. il mio Editore, Catering News, naturalmente, paga i miei contributi letterari che, cortesemente, vengono pubblicati, di tanto in tanto, su Sala & Cucina

 

Flop Chef? La cucina in TV

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Non me ne vogliano giudici e concorrenti dell’ennesima trasmissione televisiva (Top Chef ndr), ultima in ordine di tempo, che ha come protagonisti cuochi già affermati nella propria professione.

Mi son permesso di giocare con le parole, non tanto per sottolineare l’apparente, ma siamo ancora alle prime battute di questo spettacolo, calo di attenzione, in particolare sui Social Network, rispetto al tipo di intrattenimento, quanto per metter in guardia tutti noi, addetti ai lavori del mondo della ristorazione, su alcuni indicatori che segnalano un’inversione di tendenza e suggeriscono che, forse, la bolla televisiva stia per finire.

A voler esser più corretti, quella che probabilmente sta per passare è la sbornia collettiva nella quale molti sono incappati in questi ultimi anni.

Guardando il fenomeno con un certo distacco si possono evidenziare alcuni fattori: fino a pochissimi anni fa, la cucina in TV aveva avuto poco spazio, molti ricordano con nostalgia i programmi con Veronelli, con la partecipazione di Ave Ninchi, i più ferrati e dotti sull’argomento fanno bella figura citando Mario Soldati con la trasmissione “alla ricerca dei cibi genuini, viaggio nella valle del Po”. Negli anni seguenti hanno cominciato ad affacciarsi nuovi modelli, basati sulla competizione, prima in veste di quiz, poi di gara culinaria (citiamo a titolo di esempio “Il pranzo è servito” e l’inossidabile “Prova del cuoco”), ma la svolta è avvenuta con l’arrivo di Format stranieri, in particolare con l’avvento di “Masterchef”, nella forma del reality tanto cara ai telespettatori che vogliono “vedere scorrere il sangue” in TV per appassionarsi.

Un inciso, per comprendere la psicologia di pubblico e produttori TV, andate a vedervi un illuminante video di Peter Gabriel, regia di Sean Penn, sul tema “reality” (The Barry Williams Show).

Visto? Ecco, oggi anche la cucina in TV vuole “emozioni forti”, il pubblico, da una parte vuole immedesimarsi nello sfigato che ce la fa (ecco uno dei motivi della scarsa attenzione per Top Chef che avendo dei già professionisti tra i concorrenti, scuote poco il telespettatore), dall’altra gode nel vedere la sofferenza, l’umiliazione (anche qui mi vien in mente una citazione colta, “l’esperimento di Milgram”).

Nel frattempo non c’è canale che, a tutte le ore, non abbia il suo bravo programma di cucina, di molti dei quali se ne farebbe sinceramente a meno.

Un altro fattore da osservare è il successo di alcuni personaggi che ha creato in tanti colleghi cuochi l’ansia da emulazione o, peggio, l’ambizione di essere al loro posto, al punto da perdere di vista il senso delle proporzioni e fare di tutto per “arrivare in TV”.

Spiace disilluderli, ma i veri personaggi, quelli che bucano il video sono pochi e riescono non tanto perché bravi cuochi, ma perché bravi attori, alcuni per talento naturale, vedi Antonino Cannavacciuolo che piace proprio perché è come appare, altri perché provenienti dall’ambiente dello spettacolo, in quanto figli d’arte, vedi Alessandro Borghese (che, tra l’altro, subisce lo scherno dei cuochi, invidiosi, che non lo ritengono un collega).

Insomma, è fatica sprecata, lamentarsi della deriva negativa conseguente alla spettacolarizzazione della cucina in TV, perché tanto il fenomeno si esaurirà da solo, naturalmente, quando, chi produce programmi, si accorgerà che non tira più e volgerà la propria attenzione altrove.

E noi? Come possiamo fare per non rimanere col cerino in mano? Soprattutto perché i nostri cuochi, oltre ai tre, quattro che ce l’hanno fatta, non si rovinino fegato e vita per rincorrere l’effimera fama del piccolo schermo? Credo si possa suggerire semplicemente di smetterla di penare per aspirare ad un posto al sole, di concentrarsi sulla propria professionalità, quella costruita giorno per giorno, quella che i clienti riconoscono e premiano. Il tempo della cucina in TV non finirà di certo, ma ritornerà ad esser marginale, privilegiando solo i volti spendibili che non si possono nemmeno più annoverare tra i “cuochi”, ma tra gli uomini di spettacolo. Andiamo a cucinare… (cit. Rovazzi)

Aldo Palaoro

Hai voluto la bicicletta?

Bicicletta Take Away

Da giorni pensavo a questo articolo, oggi, leggendo l’editoriale di Massimo Sideri sul Corriere, ho deciso che fosse il momento per condividere una considerazione che in quel l’articolo non emerge chiaramente.

Sarà capitato anche a voi di incrociare, soprattutto la sera, intrepidi ciclisti che scorrazzano per la città oberati di ingombranti contenitori a marchio Deliveroo o Foodora (le più note), per consegnare a domicilio la cena di qualcuno.

Certamente, tra chi legge, qualcuno ha usufruito di questo servizio, sia come utente che come fornitore. Nulla di nuovo, perché la pizza a domicilio è una conquista che conta qualche lustro.

Le novità stanno nel ventaglio di offerte, ormai infinito e nella concorrenza sulla rapidità del servizio. Soprattutto, però, è l’evoluzione tecnologica a far la differenza, perché, se fino a poco tempo fa, ci si limitava a comporre un numero telefonico della pizzeria sotto casa o di una di quelle che, grazie ad una capillare diffusione di volantini/menu in ogni buca delle lettere a tiro di motorino, oggi l’ordine si fa e si controlla attraverso il proprio smartphone o sul computer.

Se vogliamo, lo sviluppo del mercato del pasto a domicilio è una buona notizia sul versante lavoro dal momento che i numeri in crescita corrispondono all’impiego di nuove risorse.

Sideri, a questo proposito, però, sul Corriere punta il dito sulle società che gestiscono il servizio, mettendo in collegamento gli utenti con i ristoratori e organizzando la consegna affidandosi, perlopiù a giovani studenti che arrotondano o disoccupati in cerca di lavoro. Nell’articolo si stigmatizza il modello definendolo un passo indietro per i lavoratori, sia per la precarietà che per lo spostamento del peso del capitale in carico al lavoratore, il quale usa mezzi e garretti propri. Si parla di un costo orario di circa 8€ senza tutele.

C’è un punto, invece, sul quale mi soffermo a riflettere quando vedo i ragazzi sfrecciare, magari inforcando biciclette non molto visibili nel traffico notturno. Noi che usufruiamo del servizio siamo consapevoli del rischio che questi corridori del cibo corrono ogni volta che escono da un ristorante e pedalano fino a casa del cliente? E per noi non intendo solo noi clienti, ma i ristoratori.

Ci rendiamo conto della responsabilità che ci assumiamo nei confronti di una lavoratore che con una bicicletta sgangherata e poco illuminata se ne va zigzagando per la città?

Cari ristoratori avete mai pensato che un ragazzo che va in giro di notte in bicicletta senza luci, oltre ad essere fuori norma per il Codice della Strada, rischia la vita? Davvero pensate, una volta consegnato il pacco cibo al corriere, che ci si possa dimenticare il problema, magari le eventuali conseguenze di un incidente in strada?

Soluzione? Al momento una semplice, le società dovrebbero fornire i mezzi, dotati di tutte le forme di sicurezza; sarebbe una buona immagine anche per loro e sarebbe una garanzia di serietà nei confronti di utenti e ristoratori.

Aldo Palaoro

(foto da UrbanBM)

Fuorisalone o FuoriSagrone?

Sagra

Si è appena conclusa la settimana più viva dell’anno a Milano, quella del Salone del Mobile, l’appuntamento clou del calendario fieristico italiano e con esso, grazie ad un’idea nata, quasi spontaneamente, anni or sono, è tornata ad accendersi la città per la costellazione di eventi piccoli e grandi sotto il cappello del Fuorisalone.

Ma rispetto al settore che ci riguarda, il Food, come possiamo giudicare quanto osservato?Oggi, a distanza di quasi 30 anni dai primi timidi tentativi di animare la città, si potrebbe dire “C’era una volta il Fuorisalone…” sì, perché, a ben vedere, ciò che era nelle intenzioni di chi lo immaginò negli anni ‘80 e ne vede oggi l’eccessiva debordante presenza di eventi e brulicar di persone, credo ricordi con nostalgia il tempo che fu.

Fa quasi tenerezza pensare allo sciamare di giovani architetti, tutti di nero o grigio vestiti, tra un punto e l’altro di Milano, quasi a disegnare un tracciato da settimana enigmistica, per godere della vista di tante novità tutte insieme e sperare in qualche incontro fortuito con i grandi dell’Architettura nella più assoluta normalità, tra colleghi (anche a me accadde più volte di incontrare Achille Castiglioni, Gae Ualenti e tanti altri).

Costoro erano arrivati al punto di snobbare il Salone, epicentro del business per i mobilieri, che, forse, un po’ di preoccupavano di questa creatura esterna che cannibalizzava la vera fiera. Oggi la situazione sì è quasi ribaltata, per loro fortuna e in modo spontaneo, così come era nato il Fuorisalone, perché gli architetti, stanchi e infastiditi dall’orda barbarica in costante movimento di gambe e di mandibole, è ritornata a frequentare il Salone e agli altri è rimasto quello che definirei oggi il FuoriSagrone.

Sì, la città, in questa settimana, si trasforma in un enorme mangificio e a poco valgono gli eventi che, nel frattempo, danno un tocco artistico oltre che architettonico all’evento, e di questo ringraziamo i grandi maestri, perché il vero interesse del popolo del “fuori” è cibarsi, in continuo e di qualsiasi cosa.

Ecco allora che dalle democratiche tartine, offerte per ringraziare coloro che, con tenacia, nell’arco di poche ore cercavano di visitare più esposizioni e presentazioni possibili, siamo oggi alla rincorsa del cuoco più o meno celebre, inserito come ciliegina sulla torta in qualsiasi “location”, purché prestigiosa, anzi, scusate, “cool”.

Ed ecco che, quantomeno per il nostro settore gastronomico, perché rimango dell’idea che per gli addetti ai lavori del mondo dell’architettura la questione rimanga seria, il Fuorisalone si è trasformato in FuoriSagrone, dove il divertimento per i foodies è la caccia al tesoro, dove le monete d’oro sono i cuochi di tutta Italia che, per una settimana, animano, forse un po’ inconsapevolmente, la Sagra più grande d’Italia.

Aldo Palaoro

Pubblicato su Sal & Cucina il 18 aprile 2016

Benoît Violier, come si fa presto a giudicare…

Articolo pubblicato su Sala & Cucina il 9 febbraio 2016

Quando la scorsa settimana è morto suicida l’ancora giovane e celebre cuoco francese Benoît Violer, dell’Hotel de Ville di Crissier (CH), ho provato una gran dispiacere per un gesto così estremo e profonda tristezza pensando ai suoi famigliari. Non ho commentato, non ho condiviso sui social, ho letto qua e là restando stupito per il tenore di alcuni commenti e di tante condivisioni da parte di cuochi. Il motivo del rilancio da parte delle berrette bianche non sembrava tanto l’espressione di un sentimento di vicinanza alla famiglia o di ricordo dello sfortunato collega, ma di espressione di appartenenza ad una categoria, quella dei cuochi depressi a causa delle conseguenza di una professione difficile, data la notizia che inizialmente indicava proprio nel male oscuro la ragione del gesto. Da qualche parte ho anche letto il tentativo di avvalorare la tesi della depressione o, forse, dell’insicurezza a cui il mestiere del cuoco espone, determinato da una lunga serie di morti violente, un collegamento intrigante, una scoperta da vero detective della storia, ho pensato, se non fosse che i casi citati erano pochissimi in un intervallo di tempo di 20 anni ed un salto indietro di quattro secoli… ai tempi di Vatel. Oggi si viene a sapere che il povero Violier è stato vittima di una truffa e, forse, non ha retto alla cosa. Da queste righe chiedo scusa a lui e alla sua famiglia a nome di tutti coloro, cuochi e giornalisti, che non han saputo trattenersi da giudizi affrettati e forse inutili. Riposa in pace a questo punto, Benoît.

Aldo Palaoro

Uso e abuso del Social Network

Mercato Metropolitano 01 Mercato Metropolitano 02

Quando la scorsa primavera a Milano apriva i battenti il Mercato Metropolitano, fui anch’io tra coloro che salutarono con favore la novità.

Un luogo recuperato, una formula azzeccata, un successo che fece tremare i polsi anche a quello di Expo corsi ai ripari con il biglietto da 5 euro per attirare la movida serale che, in quello scorcio d’inizio stagione, vedeva numeri da capogiro in zona Navigli e nessuno dalle parti di Rho.

A fine ottobre, però, nel rispetto della data a loro concessa, quelli di Mercato Metropolitano hanno lasciato il campo ad un altro gestore e, dopo un paio di mesi, certi di ripetere il successo meneghino, hanno aperto a Torino, negli spazi dismessi della stazione di Porta Susa.

Fin qui tutto bene, bravi.

Ma… c’è un ma che mi ha lasciato perplesso.

Perché tenere la stessa pagina Facebook? Certo, in fondo, se il progetto è di girovagare per l’Italia, recuperando spazi dismessi, trasformandoli in attività di successo, il brand è importante che sia consolidato, rimarcato ad ogni occasione; tuttavia, al momento, una cosa stona, infatti, non solo le migliaia di fans della pagina sono probabilmente tutti milanesi, ma così i commenti che, parlano, per logica, di ciò che è successo a Milano. Anche qui, si può pensare, nel solco del progetto, si vogliono mantenere i commenti, perlopiù positivi, per comunicare ai nuovi possibili avventori la bontà dell’operazione. Solo un particolare fa cadere, ai miei occhi, il valore della comunicazione social e lo si vede in diversi post pubblicati in questi giorni, la localizzazione è sempre Milano…”venite a trovarci, siamo qui ad aspettarvi”, ma, in realtà, chi pubblica, il web social manager, lo sta facendo da Milano.

Per non far figure da polli basta togliere la geolocalizzazione, non è difficile.

Ricordo un caso simile per Academia Barilla che commentava “in diretta” eventi di Parma da un comodo chalet di Macugnaga.

Ebbene, oggi, questi errori veniali non son più ammessi.

 

Aldo Palaoro

Milano intitola una strada a Veronelli e la stampa gastronomica non se ne accorge

(se non per il comunicato stampa)

Veronelli Passeggiata 01

Milano, 30 novembre 2015

In una splendida mattina di fine novembre, a 11 anni e 1 giorno dalla sua scomparsa, Milano ha reso omaggio ad uno dei suoi figli più apprezzati intitolandogli una strada.

Da oggi, il tratto pedonale che unisce il quartiere Isola alla scintillante, sopraelevata, piazza Gae Aulenti, si chiama “Passeggiata Luigi Veronelli”, un luogo bello, simbolico, perché unisce la Milano del passato, dove “Gino” viveva, e quella del futuro.

Una cerimonia sobria, condotta dall’Assessore Filippo Del Corno, in stile meneghino, certamente gradito dal destinatario del riconoscimento, alla presenza dei famigliari, delle istituzioni e, in rappresentanza di tutto ciò che il grande filosofo, giornalista, scrittore, gastronomo ha significato in vita e lasciato dopo la sua scomparsa, Gian Arturo Rota.

Un momento di riflessione sul lascito, soprattutto culturale, di Veronelli, sull’importanza di un percorso che è alla base di tutto ciò che oggi definiamo “mondo della gastronomia” distante anni luce dalla eccessiva spettacolarizzazione da palcoscenico. Un momento, finalmente lontano dalla sbornia di Expo che cannibalizzava tutte le iniziative, dunque perfetto per avere i riflettori puntati e l’attenzione di tutti i protagonisti del settore.

Questa la cronaca, ma, c’è un ma, per cui non posso esimermi, come giornalista, dal registrare un fatto che ritengo non solo increscioso, ma sintomatico della distorsione di un sistema che ha ormai superato il limite della decenza.

Alla cerimonia ero l’unico giornalista di settore presente.

Milano intitola una strada a Luigi Veronelli, colui che ha aperto la strada maestra della gastronomia sulla quale oggi “passeggiano”, più o meno degnamente, tanti, troppi, personaggi. Tutti gli devono qualcosa, quasi tutti avrebbero continuato a fare altro se prima non ci fosse stato lui.

Eppure nessun giornalista del circo della ristorazione ha pensato di dedicare pochi minuti della propria giornata per rivolgere un pensiero a Veronelli, lo stesso possiamo dire dei cuochi, non pervenuti.

Gian Arturo Rota, saggio come il suo mentore, ha provato a confortarmi sottolineando che l’importanza del gesto di intitolare la strada a Gino conta più di ogni altra cosa, ed aggiungo io, di ogni piccolezza.

Come è possibile? Dov’erano i generali della critica, ma soprattutto i loro ascari o l’allegro mondo della blogosfera, tutti a diverso titolo cantori delle gesta dei cuochi superstar, dov’erano i cuochi presunti tali che proprio il lavoro di Gino ha permesso di elevare dal rango di osti a quello di professionisti completi e globali?

Vorrei immaginare che la ragione di questa trascuratezza possa essere ricercata nella scomodità del personaggio così vero, così concreto, così fuori dagli schemi, vorrei pensare che una generazione di giovani food addicted possa non saper della sua esistenza, un decennio è sufficiente per l’oblio, ma mentirei a me stesso.

Ancora una volta è Rota a riportarmi alla realtà, perché Veronelli, che “stava coi piedi per terra, volava alto, troppo alto”… ed io, più prosaicamente, chiudo che forse non c’era nessuno, anche perché alla fine non c’era neppure una tartina da rincorrere.

Aldo Palaoro

 

Articolo pubblicato in data 1 dicembre anche su Ristorazione & Catering

 

Pure tu vuoi comunicare?

pure tu vuoi fare lo chef foto 00

L’occasione di osservare l’evento “Pure tu vuoi fare lo chef” organizzato e condotto da Antonino Cannavacciuolo, mi ha fatto riflettere sulla professionalità, poca, che attanaglia il settore della ristorazione, intendendosi di quelli che la comunicano.

Cannavacciuolo è tra i pochi cuochi italiani di questa generazione che riesce ad emergere e ad essere riconoscibile dal grande pubblico grazie al successo, meritato, di un paio di sue apparizioni televisive, prima con “Cucine da Incubo”, presto, però, anche con “Masterchef”, dove potrebbe addirittura mettere in ombra i suoi colleghi “più anziani”.

Tutto questo, il successo, la celebrità, la possibilità di produrre eventi ai quali, pagando, partecipano migliaia di ristoratori, a metà tra il fan e il professionista alla ricerca di formazione, sono la diretta conseguenza di un percorso che affonda le proprie radici nell’educazione, nella preparazione specifica.

Insomma Antonino ha un talento naturale nel relazionarsi col pubblico, l’empatia è automatica e spontanea, perché in lui si riconosce che “è proprio come lo vedi”, ma non è un improvvisato, ha studiato, ha fatto esperienza, ha lavorato sodo e si vede. Ah, è anche un bravo cuoco e fa bene da mangiare.

Ciò premesso, ecco il parallelo impietoso di oggi che, in qualche modo, riprende il filo del discorso seguito al primo appuntamento di #tavolaspigolosa.

I protagonisti di questo scenario sono tre: giornalisti, blogger, comunicatori (agenzie o pr), lo scorso 5 novembre, Anna Prandoni ha dato voce ai primi due e qualcuno si è subito sentito cedere il terreno sotto i piedi. Rimando, però, ai prossimi appuntamenti spigolosi e a successivi articoli il commento su quanto emerge da quegli incontri, perché ancora da approfondire (to be continued, si è detto, vero Anna?) e rivolgo la mia attenzione a chi oggi si arroga il diritto di comunicare senza averne titolo.

Il titolo di questo pezzo è rivolto a loro, perché oggi, c’è troppa gente che fa o faceva un altro mestiere e, a tempo quasi perso (quanto ne fanno perdere alle aziende neppure si immaginano), fanno i digital pr, i social content manager, gli organizer (no, non sono delle agende, sono organizzatori di eventi, ma l’inglese per fare colpo è d’obbligo).

Insomma, “pure tu vuoi comunicare?” Vien da chiedersi? Purtroppo sì, ed un’intera categoria ne esce a pezzi, perché vaglielo a dire a quell’imprenditore che se si è scottato con il “trend-pr”, forse, poteva evitare la bruciatura, affidandosi a chi è strutturato, preparato, foderato ad ogni tempesta, per la cura della comunicazione della sua azienda, altrimenti, tanto vale che se ne occupi un figlio, un nipote, uno smanettone qualsiasi e poi? Poi, il nulla, il vuoto cosmico di una genia di novelli comunicatori coi quali si viene confusi e a causa dei quali una professione bella e interessante si svilisce per sempre. Cui prodest?

Aldo Palaoro

Mala tempora currunt

Mala Tempora Currunt… per gli uffici stampa.

Fuffa 2.0

Si vede che sto invecchiando, perché mi accorgo di tollerare con difficoltà alcuni comportamenti che mi capita di osservare.

Mi riferisco al settore che frequento da più tempo, quasi 30 anni, la ristorazione (eh sì, son prossimo all’anzianità, anche professionale).

Oggi, in questo settore, ma forse il problema è generale, si oscilla tra il dilettantismo che si autoreferenzia e lo snobismo di professionisti che scrivono più per alimentare la propria vanità che per informare i lettori.

Così, chi vuol svolgere il proprio mestiere onestamente, basandolo su studi specifici ed esperienza consolidata, deve confrontarsi da una parte con chi pensa sia sufficiente scrivere un blog per passare per esperti di comunicazione, dall’altra, con giornalisti che non avendo più una scrivania sulla quale appoggiare la propria frustrazione, per un mondo che cambia troppo in fretta, per la penna che hanno ancora in mano, decidono che “far l’addetto stampa” non è poi così difficile.

Naturalmente non voglio “far di ogni erba un fascio”, ma son sicuro che chi mi legge sa distinguere.

Eppure sarebbe sufficiente che ciascuno avesse piena consapevolezza della differenza dei ruoli, che chi vuole gestire un blog lo facesse, senza però credere di aver capito tutto della comunicazione di un prodotto, di un servizio, di un’azienda e proporsi come professionista del settore, addirittura pensando di poter insegnare una materia dai connotati 2.0 che ci si è inventati.

Legittimo, se non fosse fatto per il mero scopo commerciale di intercettare potenziali clienti che, colpevoli anch’essi, non sanno distinguere tra chi professionista lo è davvero e chi se la canta e se la suona.

Così sarebbe semplice capire che non basta esser stati un bravo giornalista per sapere come averci a che fare, l’ufficio stampa e il giornalismo son due mestieri diversi e pochi sanno interpretarli entrambi al meglio e senza conflitti d’interesse.

Ho sempre pensato che il blogging potesse essere, ai giorni nostri, l’anticamera del giornalismo di domani, in fondo le scuole di giornalismo, propriamente dette, tendono a scomparire e l’apprendistato di redazione non esiste quasi più, ma, proprio per questo, è fondamentale non cadere nel conflitto d’interessi, essere coerenti e corretti e non usare la scorciatoia che la rete oggi garantisce a chiunque sia avvezzo alla moltiplicazione dei contatti, per poi rivendersi subito la visibilità personale come strumento di comunicazione di terzi. Non funziona così.

Come uscirne? Forse con un po’ di umiltà e di correttezza che non guasterebbe.

Meglio di me ha saputo denunciare alcune anomalie del nostro settore il giornalista Valerio Massimo Visintin nel suo pezzo odierno “Muro contro Muro”.

http://mangiare.milano.corriere.it/2015/02/23/muro-conto-muro/