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Comunicazione alla deriva

Quando con Samanta Cornaviera e Valerio Massimo Visintin abbiamo pensato a DOOF, tra i diversi malanni del mondo del Food, che abbiamo cercato di mettere in evidenza, di uno di questi speravamo fosse inutile parlarne, perché si credeva fosse sufficiente averne accennato, marginalmente, nell’incontro sul Social Food, mi riferisco agli epigoni degli Influencer. Già l’influencer è già quasi il passato, il presente sono gli emuli.

Ritenevamo, un po’ ingenuamente, che alcuni eccessi negativi di questa nuova forma di auto-comunicazione, sottolineati nel corso del dibattito, facessero intendere a chi, maldestramente, ne volesse seguire le orme, che non era proprio il caso.

Invece no. Sempre più spesso, direi quotidianamente, si assiste allo sviluppo invadente di una nuova tecnica.

È molto semplice: ci si propone a diverse testate (anche le più diffuse ci cascano), come collaboratore, senza pretendere un compenso per gli articoli scritti. Si fa credere all’editore di turno, il quale non si fa certo scappare l’opportunità di manodopera a gratis, che come moneta basti la visibilità di cui si godrà nel settore grazie alla mole di articoli scritti.

Parallelamente, e grazie proprio a quella visibilità derivata, ci si propone con altrettanta voracità ad aziende, consorzi, ristoranti, tutti affamati della stessa visibilità.

Naturalmente le aziende sono ben felici di pagare poco il sedicente giornalista anziché spendere molto per uno spazio pubblicitario, rassicurate dal fatto che questa distorta modalità di novello ufficio stampa porti a citazioni certe e frequenti, tante quante le collaborazioni di cui sopra, facile no?

Non è finita, perché il circolo virtuoso, anzi, scusate, il circolo vizioso viene alimentato anche attraverso un’accurata strategia di auto promozione con la diffusione a mezzo Social (tutti quelli in più in voga) della propria immagine e assidua presenza a tutti gli eventi possibili. Va da sé che, nel gioco collaborazioni/uffici stampa, questo sistema perverso si autoalimenta, perché più scrivo e più sono invitato dagli altri uffici stampa (senza contare che, a forza di aumentare le aziende clienti, aumentano gli eventi degli stessi, in una girandola infernale infinita).

Pensate sia tutto qui? Ingenui!

C’è ancora un’azione messa in campo dai nostri eroi della marchetta: la auto-marchetta. In pratica nella strategia, descritta prima, di auto-promozione si fa in modo di mettere in vista prodotti o citare aziende, con il duplice scopo di avere un ulteriore mezzo di comunicazione a disposizione delle proprie aziende già in portafoglio e gettare qualche esca per futuri possibili nuovi clienti, citati a gratis, in attesa che lo diventino a tariffa.

Ricapitoliamo: scrivo ovunque gratis e rovino la professione del giornalista, cito sistematicamente le mie aziende clienti, macchiandomi di grave conflitto di interesse, trasformo me stesso in un prodotto da promuovere per far passare più facilmente la pubblicità di qualsiasi cosa, facendo marchette anche preventive, per compiacere potenziali nuovi clienti. E quanta tenerezza fanno costoro che pensano che un piccolo, quasi invisibile, hashtag come #ad basti a farli sentire nel giusto, a pulirsi la coscienza.

Se ancora vi state chiedendo come sia possibile che a un giornalista sia permesso tutto ciò senza che, prima o poi, una sanzione metta fine all’esecrabile giochetto, be’ la risposta è semplice, anzi le risposte. Il più delle volte, infatti, costoro non sono giornalisti, ma, nel caso dei nostri eroi, c’è anche chi gioca sull’equivoco, magari qua e la lo scrive anche il titolo professionale usurpato, perché tanto chi controlla? Già, perché, ormai, chiunque può scrivere di qualsiasi cosa ed è colpa anche dell’Ordine dei Giornalisti che, non essendo esente da iscritti i quali, nel tempo, abbiano tenuto esattamente lo stesso comportamento, non ha più sufficiente credibilità per intervenire con autorevolezza. Dunque, seconda risposta, nessun controllo dagli organi deputati alla vigilanza, pertanto, nessuna azione sanzionatoria.

E le aziende? Già le aziende…colpevoli anch’esse. Infatti, dicevamo, questo nuovo gioco piace, perché permette di spendere poco e ottenere, anzi pensare di ottenere, tanta visibilità. Si tratta, invece, di un’operazione a perdere, nel medio termine. Affidarsi a questi nuovi comunicatori, che fanno dell’espediente il proprio modello di vita, garantisce risultati effimeri, appunto a termine, perché passano veloci, non lasciando traccia evidente; le cose che fanno e comunicano non rimarranno nella memoria dei lettori/consumatori. Così si commette un ennesimo peccato grave, questa volta ai danni dei professionisti della comunicazione e delle aziende virtuose, quelle che non usano scorciatoie, ma si affidano ai primi per campagne di comunicazione serie, durevoli, efficaci a lungo termine.

Come se ne esce? Non ho una ricetta, mi spiace, questa è la fase in cui si osserva un fenomeno, lo si studia, se ne riconoscono i sintomi, lo si denuncia. L’antidoto non è ancora stato pensato, testato, prodotto.

Per cominciare, però, si può almeno riconoscere che un problema c’è, che un virus ha aggredito il corpo della comunicazione, avvertirne la presenza è già importante, per capire come affrontarlo, per fare educazione professionale agli editori che devono ritornare ad essere tali e pagare il lavoro dei propri collaboratori, alle aziende che devono imparare a riconoscere la professionalità distinguendola dalla cialtroneria.

Anche sulle marchette si può lavorare, anzi, può esser quello il nostro primo gioco.

Identifichiamole, facciamole notare, denunciamo i comportamenti più o meno mascherati e poi via alla delazione, la forma decidiamola insieme.

Aldo Palaoro

 

diventeremo così?

             diventeremo così?

P.S. il mio Editore, Catering News, naturalmente, paga i miei contributi letterari che, cortesemente, vengono pubblicati, di tanto in tanto, su Sala & Cucina

 

Flop Chef? La cucina in TV

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Non me ne vogliano giudici e concorrenti dell’ennesima trasmissione televisiva (Top Chef ndr), ultima in ordine di tempo, che ha come protagonisti cuochi già affermati nella propria professione.

Mi son permesso di giocare con le parole, non tanto per sottolineare l’apparente, ma siamo ancora alle prime battute di questo spettacolo, calo di attenzione, in particolare sui Social Network, rispetto al tipo di intrattenimento, quanto per metter in guardia tutti noi, addetti ai lavori del mondo della ristorazione, su alcuni indicatori che segnalano un’inversione di tendenza e suggeriscono che, forse, la bolla televisiva stia per finire.

A voler esser più corretti, quella che probabilmente sta per passare è la sbornia collettiva nella quale molti sono incappati in questi ultimi anni.

Guardando il fenomeno con un certo distacco si possono evidenziare alcuni fattori: fino a pochissimi anni fa, la cucina in TV aveva avuto poco spazio, molti ricordano con nostalgia i programmi con Veronelli, con la partecipazione di Ave Ninchi, i più ferrati e dotti sull’argomento fanno bella figura citando Mario Soldati con la trasmissione “alla ricerca dei cibi genuini, viaggio nella valle del Po”. Negli anni seguenti hanno cominciato ad affacciarsi nuovi modelli, basati sulla competizione, prima in veste di quiz, poi di gara culinaria (citiamo a titolo di esempio “Il pranzo è servito” e l’inossidabile “Prova del cuoco”), ma la svolta è avvenuta con l’arrivo di Format stranieri, in particolare con l’avvento di “Masterchef”, nella forma del reality tanto cara ai telespettatori che vogliono “vedere scorrere il sangue” in TV per appassionarsi.

Un inciso, per comprendere la psicologia di pubblico e produttori TV, andate a vedervi un illuminante video di Peter Gabriel, regia di Sean Penn, sul tema “reality” (The Barry Williams Show).

Visto? Ecco, oggi anche la cucina in TV vuole “emozioni forti”, il pubblico, da una parte vuole immedesimarsi nello sfigato che ce la fa (ecco uno dei motivi della scarsa attenzione per Top Chef che avendo dei già professionisti tra i concorrenti, scuote poco il telespettatore), dall’altra gode nel vedere la sofferenza, l’umiliazione (anche qui mi vien in mente una citazione colta, “l’esperimento di Milgram”).

Nel frattempo non c’è canale che, a tutte le ore, non abbia il suo bravo programma di cucina, di molti dei quali se ne farebbe sinceramente a meno.

Un altro fattore da osservare è il successo di alcuni personaggi che ha creato in tanti colleghi cuochi l’ansia da emulazione o, peggio, l’ambizione di essere al loro posto, al punto da perdere di vista il senso delle proporzioni e fare di tutto per “arrivare in TV”.

Spiace disilluderli, ma i veri personaggi, quelli che bucano il video sono pochi e riescono non tanto perché bravi cuochi, ma perché bravi attori, alcuni per talento naturale, vedi Antonino Cannavacciuolo che piace proprio perché è come appare, altri perché provenienti dall’ambiente dello spettacolo, in quanto figli d’arte, vedi Alessandro Borghese (che, tra l’altro, subisce lo scherno dei cuochi, invidiosi, che non lo ritengono un collega).

Insomma, è fatica sprecata, lamentarsi della deriva negativa conseguente alla spettacolarizzazione della cucina in TV, perché tanto il fenomeno si esaurirà da solo, naturalmente, quando, chi produce programmi, si accorgerà che non tira più e volgerà la propria attenzione altrove.

E noi? Come possiamo fare per non rimanere col cerino in mano? Soprattutto perché i nostri cuochi, oltre ai tre, quattro che ce l’hanno fatta, non si rovinino fegato e vita per rincorrere l’effimera fama del piccolo schermo? Credo si possa suggerire semplicemente di smetterla di penare per aspirare ad un posto al sole, di concentrarsi sulla propria professionalità, quella costruita giorno per giorno, quella che i clienti riconoscono e premiano. Il tempo della cucina in TV non finirà di certo, ma ritornerà ad esser marginale, privilegiando solo i volti spendibili che non si possono nemmeno più annoverare tra i “cuochi”, ma tra gli uomini di spettacolo. Andiamo a cucinare… (cit. Rovazzi)

Aldo Palaoro

Il Cuoco da Fiera o la Fiera del Cuoco?

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In questi giorni balza all’occhio una notizia che, se da un lato sembra positiva, potrebbe destar preoccupazione per il settore ristorazione.

Congressi, Tv, eventi di varia natura, hanno senza dubbio sdoganato la presenza di cuochi in ogni dove. In particolare nelle fiere, di settore e non, è un brulicare di postazioni dimostrative o di tavole rotonde che trattano argomenti intorno al cibo.

L’attualità riguarda due fiere il Cibus di Parma ed il Salone del Libro di Torino e ci riferisce che, nella prima, gli stand di un salone alimentare siano, finalmente, dotati di cuoco cucinante, nella seconda, un settore è stato dedicato all’argomento tanto in voga, con cuochi a far da comprimari nelle chiacchierate gastronomiche.

Il primo caso, penserete sia normale, dovuto, invece, è il frutto di tanta fatica, per far capire ai produttori di alimenti che il cuoco sarebbe stato un utile testimone per proporre al meglio il proprio prodotto; solo pochi anni fa se proponevi un cooking show venivi guardato male. Il secondo caso è figlio dei tempi che stiamo vivendo, dove parlar di cibo è lo sport nazionale.

Bene, salutiamo questa situazione come positiva, sperando che duri e rimanga confinata nei limiti di una presenza qualificata e professionale, finalizzata a far conoscere il meglio della produzione nostrana e a parlarne sempre di più per educare i consumatori; sarebbe un peccato se, invece, l’esasperazione di un concetto tanto semplice possa rovinare tutto e trasformare gli eventi in un circo ed i cuochi, nella migliore delle ipotesi in circensi o, nella peggiore, in animali da mostrare ed ammaestrare.

Aldo Palaoro

 

Pubblicato su Sala & Cucina il 16 maggio 2016

L’insegnamento di Aimo e Nadia

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Prendo spunto dalla cronaca di un evento tenutosi all’Istituto Alberghiero “E.Maggia” di Stresa, a cura del Prof. Riccardo Milan, per sottolineare un concetto semplice, ma potente.

Nella giornata di mercoledì 4 maggio il noto ristoratore Aimo Moroni, insieme a sua moglie Nadia, è stato invitato a tenere una conferenza al cospetto dei giovani allievi della celebra scuola di Stresa.

Vale la pena di ricordare che Aimo e Nadia sono una coppia di ristoratori che hanno contribuito a fare la storia della Cucina Italiana, titolari dell’omonimo ristorante a Milano e, meritatamente, ormai a “quasi” riposo dopo decenni di successi.

Merito doppio, perché sono un caso da studiare anche sul versante della successione d’azienda, cosa, specialmente in Italia, sempre complicata, anche se, spesso, “in famiglia”.

I signori Moroni, invece, non solo hanno condotto per tanti anni un ristorante, amato dai clienti ed apprezzato dalla critica, ma sono riusciti nell’impresa di tramettere un’eredità pesante ad un gruppo di lavoro che sta portando avanti l’attività non solo nel nome, ma, soprattutto, nei fatti.

La figlia Stefania, che ha scelto di non essere cuoca, è, però, ristoratrice, imprenditrice, mentre l’onere di condurre la prestigiosa cucina tocca a due valenti professionisti, Alessandro Negrini e Fabio Pisani e la cosa funziona bene.

Il motivo, però, di questo nostro articolo non è il racconto della giornata di Stresa, ma un’immagine che vale un “manifesto”: Aimo Moroni ha parlato ai ragazzi, indossando la sua giacca da cuoco. Non era scontato, perché era un convegno e, perché Aimo ha virtualmente “appeso quella giacca”, anche se un cuoco, forse, non va mai in pensione, eppure per il rispetto ad essa dovuto e per il rispetto del luogo in cui si teneva l’incontro, nonché dei ragazzi, Aimo ha voluto, in questo modo, elargire l’insegnamento più importante, quello che rimarrà impresso nella memoria degli allievi Stresa.

Un messaggio forte, ancor più in questo momento, quando i cuochi, che si sentono sempre più “maître a penser” si sfilano la giacca e dimenticano di metter le tovaglie sulle tavole dei propri ristoranti.

Aldo Palaoro

 

pubblicato su Sala & Cucina il 5 maggio 2016

Fuorisalone o FuoriSagrone?

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Si è appena conclusa la settimana più viva dell’anno a Milano, quella del Salone del Mobile, l’appuntamento clou del calendario fieristico italiano e con esso, grazie ad un’idea nata, quasi spontaneamente, anni or sono, è tornata ad accendersi la città per la costellazione di eventi piccoli e grandi sotto il cappello del Fuorisalone.

Ma rispetto al settore che ci riguarda, il Food, come possiamo giudicare quanto osservato?Oggi, a distanza di quasi 30 anni dai primi timidi tentativi di animare la città, si potrebbe dire “C’era una volta il Fuorisalone…” sì, perché, a ben vedere, ciò che era nelle intenzioni di chi lo immaginò negli anni ‘80 e ne vede oggi l’eccessiva debordante presenza di eventi e brulicar di persone, credo ricordi con nostalgia il tempo che fu.

Fa quasi tenerezza pensare allo sciamare di giovani architetti, tutti di nero o grigio vestiti, tra un punto e l’altro di Milano, quasi a disegnare un tracciato da settimana enigmistica, per godere della vista di tante novità tutte insieme e sperare in qualche incontro fortuito con i grandi dell’Architettura nella più assoluta normalità, tra colleghi (anche a me accadde più volte di incontrare Achille Castiglioni, Gae Ualenti e tanti altri).

Costoro erano arrivati al punto di snobbare il Salone, epicentro del business per i mobilieri, che, forse, un po’ di preoccupavano di questa creatura esterna che cannibalizzava la vera fiera. Oggi la situazione sì è quasi ribaltata, per loro fortuna e in modo spontaneo, così come era nato il Fuorisalone, perché gli architetti, stanchi e infastiditi dall’orda barbarica in costante movimento di gambe e di mandibole, è ritornata a frequentare il Salone e agli altri è rimasto quello che definirei oggi il FuoriSagrone.

Sì, la città, in questa settimana, si trasforma in un enorme mangificio e a poco valgono gli eventi che, nel frattempo, danno un tocco artistico oltre che architettonico all’evento, e di questo ringraziamo i grandi maestri, perché il vero interesse del popolo del “fuori” è cibarsi, in continuo e di qualsiasi cosa.

Ecco allora che dalle democratiche tartine, offerte per ringraziare coloro che, con tenacia, nell’arco di poche ore cercavano di visitare più esposizioni e presentazioni possibili, siamo oggi alla rincorsa del cuoco più o meno celebre, inserito come ciliegina sulla torta in qualsiasi “location”, purché prestigiosa, anzi, scusate, “cool”.

Ed ecco che, quantomeno per il nostro settore gastronomico, perché rimango dell’idea che per gli addetti ai lavori del mondo dell’architettura la questione rimanga seria, il Fuorisalone si è trasformato in FuoriSagrone, dove il divertimento per i foodies è la caccia al tesoro, dove le monete d’oro sono i cuochi di tutta Italia che, per una settimana, animano, forse un po’ inconsapevolmente, la Sagra più grande d’Italia.

Aldo Palaoro

Pubblicato su Sal & Cucina il 18 aprile 2016

Pure tu vuoi comunicare?

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L’occasione di osservare l’evento “Pure tu vuoi fare lo chef” organizzato e condotto da Antonino Cannavacciuolo, mi ha fatto riflettere sulla professionalità, poca, che attanaglia il settore della ristorazione, intendendosi di quelli che la comunicano.

Cannavacciuolo è tra i pochi cuochi italiani di questa generazione che riesce ad emergere e ad essere riconoscibile dal grande pubblico grazie al successo, meritato, di un paio di sue apparizioni televisive, prima con “Cucine da Incubo”, presto, però, anche con “Masterchef”, dove potrebbe addirittura mettere in ombra i suoi colleghi “più anziani”.

Tutto questo, il successo, la celebrità, la possibilità di produrre eventi ai quali, pagando, partecipano migliaia di ristoratori, a metà tra il fan e il professionista alla ricerca di formazione, sono la diretta conseguenza di un percorso che affonda le proprie radici nell’educazione, nella preparazione specifica.

Insomma Antonino ha un talento naturale nel relazionarsi col pubblico, l’empatia è automatica e spontanea, perché in lui si riconosce che “è proprio come lo vedi”, ma non è un improvvisato, ha studiato, ha fatto esperienza, ha lavorato sodo e si vede. Ah, è anche un bravo cuoco e fa bene da mangiare.

Ciò premesso, ecco il parallelo impietoso di oggi che, in qualche modo, riprende il filo del discorso seguito al primo appuntamento di #tavolaspigolosa.

I protagonisti di questo scenario sono tre: giornalisti, blogger, comunicatori (agenzie o pr), lo scorso 5 novembre, Anna Prandoni ha dato voce ai primi due e qualcuno si è subito sentito cedere il terreno sotto i piedi. Rimando, però, ai prossimi appuntamenti spigolosi e a successivi articoli il commento su quanto emerge da quegli incontri, perché ancora da approfondire (to be continued, si è detto, vero Anna?) e rivolgo la mia attenzione a chi oggi si arroga il diritto di comunicare senza averne titolo.

Il titolo di questo pezzo è rivolto a loro, perché oggi, c’è troppa gente che fa o faceva un altro mestiere e, a tempo quasi perso (quanto ne fanno perdere alle aziende neppure si immaginano), fanno i digital pr, i social content manager, gli organizer (no, non sono delle agende, sono organizzatori di eventi, ma l’inglese per fare colpo è d’obbligo).

Insomma, “pure tu vuoi comunicare?” Vien da chiedersi? Purtroppo sì, ed un’intera categoria ne esce a pezzi, perché vaglielo a dire a quell’imprenditore che se si è scottato con il “trend-pr”, forse, poteva evitare la bruciatura, affidandosi a chi è strutturato, preparato, foderato ad ogni tempesta, per la cura della comunicazione della sua azienda, altrimenti, tanto vale che se ne occupi un figlio, un nipote, uno smanettone qualsiasi e poi? Poi, il nulla, il vuoto cosmico di una genia di novelli comunicatori coi quali si viene confusi e a causa dei quali una professione bella e interessante si svilisce per sempre. Cui prodest?

Aldo Palaoro

Mala tempora currunt

Mala Tempora Currunt… per gli uffici stampa.

Fuffa 2.0

Si vede che sto invecchiando, perché mi accorgo di tollerare con difficoltà alcuni comportamenti che mi capita di osservare.

Mi riferisco al settore che frequento da più tempo, quasi 30 anni, la ristorazione (eh sì, son prossimo all’anzianità, anche professionale).

Oggi, in questo settore, ma forse il problema è generale, si oscilla tra il dilettantismo che si autoreferenzia e lo snobismo di professionisti che scrivono più per alimentare la propria vanità che per informare i lettori.

Così, chi vuol svolgere il proprio mestiere onestamente, basandolo su studi specifici ed esperienza consolidata, deve confrontarsi da una parte con chi pensa sia sufficiente scrivere un blog per passare per esperti di comunicazione, dall’altra, con giornalisti che non avendo più una scrivania sulla quale appoggiare la propria frustrazione, per un mondo che cambia troppo in fretta, per la penna che hanno ancora in mano, decidono che “far l’addetto stampa” non è poi così difficile.

Naturalmente non voglio “far di ogni erba un fascio”, ma son sicuro che chi mi legge sa distinguere.

Eppure sarebbe sufficiente che ciascuno avesse piena consapevolezza della differenza dei ruoli, che chi vuole gestire un blog lo facesse, senza però credere di aver capito tutto della comunicazione di un prodotto, di un servizio, di un’azienda e proporsi come professionista del settore, addirittura pensando di poter insegnare una materia dai connotati 2.0 che ci si è inventati.

Legittimo, se non fosse fatto per il mero scopo commerciale di intercettare potenziali clienti che, colpevoli anch’essi, non sanno distinguere tra chi professionista lo è davvero e chi se la canta e se la suona.

Così sarebbe semplice capire che non basta esser stati un bravo giornalista per sapere come averci a che fare, l’ufficio stampa e il giornalismo son due mestieri diversi e pochi sanno interpretarli entrambi al meglio e senza conflitti d’interesse.

Ho sempre pensato che il blogging potesse essere, ai giorni nostri, l’anticamera del giornalismo di domani, in fondo le scuole di giornalismo, propriamente dette, tendono a scomparire e l’apprendistato di redazione non esiste quasi più, ma, proprio per questo, è fondamentale non cadere nel conflitto d’interessi, essere coerenti e corretti e non usare la scorciatoia che la rete oggi garantisce a chiunque sia avvezzo alla moltiplicazione dei contatti, per poi rivendersi subito la visibilità personale come strumento di comunicazione di terzi. Non funziona così.

Come uscirne? Forse con un po’ di umiltà e di correttezza che non guasterebbe.

Meglio di me ha saputo denunciare alcune anomalie del nostro settore il giornalista Valerio Massimo Visintin nel suo pezzo odierno “Muro contro Muro”.

http://mangiare.milano.corriere.it/2015/02/23/muro-conto-muro/

Food hall

ma poteva anche essere Food Hell, per diversi motivi; il primo, banalmente, perché a stimolare l’uso di un blog, per condividere qualche pensiero, è forse stato il caldo dei giorni del luglio 2015, che, però, facciamocene una ragione, in particolare i colleghi “giornalisti catastrofisti”, non ricorderemo per questo come la lunga estate calda del 2003 (dal 10 maggio a fine settembre ininterrottamente sopra i 30 gradi!).

Il secondo, forse più comprensibilmente, per quello che sembra esser diventato il mondo del cibo, della ristorazione, soprattutto oggi in Italia, un inferno, una bolgia, va beh, dai, un’arena… un salone? Un salotto? Ed ecco che è abbastanza Food Hall.

Tra l’altro le lettere del mio nome ci son dentro tutte e dentro questa “arena” ci potrà entrare chi vuole ed ha qualcosa da dire che abbia senso, per me. Magari con forze e teste giovani, chissà.

Così, accanto all’esperienza di giornalismo scritto su testate altrui, ho pensato che sperimentare il blogging, il diario, fosse utile, soprattutto se condiviso. Vediamo fino a quando.

In questo spazio caricherò ogni tanto qualche articolo, già pubblicato su varie testate, che riterrò significativo e degno di evidenza.

Buona lettura.

Home Restaurant, to be or not to be

ARTICOLO pubblicato il 26 maggio 2015 su Ristorazione & Catering

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Viviamo ormai in una società liquida, nella quale le relazioni si moltiplicano spontaneamente o forzatamente a seconda dei casi e delle esigenze personali. È la trasformazione da società del possesso a società del consumo. Nella lingua più comune è la “sharing society” che avanza. Auto a noleggio (Carsharing) appartamenti in condivisione (Housesharing), non più autostop, ma viaggio insieme programmato (Carpooling) e così via. Tutto ciò avvantaggiato da software sempre più perfezionati e semplici da usare anche con un semplice smartphone, così che son sempre più le piattaforme che garantiscono il servizio. Tutti traggono un vantaggio, utilizzatori che risparmiano, locatori che creano nuovi business, intermediari che creano capitale e posti di lavoro.
Ma… c’è un rovescio della medaglia che attiene principalmente alla legalità ed alla concorrenza.
L’esempio che dimostra i limiti di uno sviluppo di nuove buone idee, ma che fuori dalle regole, non possono e devono prosperare è il caso degli Home Restaurant.
Nati come risposta alla voglia di socializzare di fronte ad un buon piatto, gli “Home Restaurant” diventano tali nel momento in cui all’aspetto aggregativo si sovrappone il business, sia di chi ospita un evento, quale una semplice cena tra sconosciuti, sia di chi rende l’iniziativa fruibile pubblicamente, realizzando e gestendo un software per l’incontro di domanda e offerta.
Guardando all’Italia i primi a entusiasmarsi per questa iniziativa sono stati gli appassionati de consumo conviviale di cibo, che potremmo raggruppare sotto la voce di “Foodies”, tra loro alcuni sono già un passo avanti nel magico mondo del food, in qualità di “Food Blogger”. Va da sé che, per questi ultimi, il fatto di incontrarsi intorno ad un tavolo con propri simili e scambiarsi esperienze delle quali oltre ad esser appassionati sono anche in qualche modo “professionisti”, è un valore aggiunto grazie al quale il moltiplicarsi di tali eventi porta ad un conseguente aumento di visibilità per i propri articoli, nonché per eventuali affari derivanti da ciò.
Fin qui tutto bene, se ti invito a casa, anche se non ti conosco e ti offro qualcosa e tu, anche, cucini a tua volta o mi porti i pasticcini, bene, ma, da qui, se me lo trasformi in business, la cosa cambia, eccome.
Ecco che nel giro di pochi mesi sono fioriti gli “Home Restaurant”, simpatica definizione per vendere un pasto, magari una performance artistica, tra le mura domestiche, con amici vecchi e nuovi, ma sempre a pagamento.
Addirittura sono nate delle piattaforme per gestire e moltiplicare la possibilità di scegliere tra le tante offerte di cene tra sconosciuti, una nota in Italia è Gnammo.
Nel frattempo, però, gli addetti ai lavori hanno cominciato ad accorgersi di questa inedita e sottile forma di concorrenza che avanzava. Subito le prime perplessità, i primi articoli di approfondimento per metter in evidenza, soprattutto, le due anomalie più visibili: l’assenza di regole, la normativa igienica.
I detrattori biasimavano l’iniziativa preoccupati di un servizio eseguito in ambiente non idoneo dal punto di vista igienico-sanitario e sul filo del rasoio dal punto di vista delle imposte, i fautori rispondevano che entro le mura domestiche non fossero richieste normative da ristorante (Haccp e autorizzazioni sanitarie) e che i novelli ristoratori casalinghi rispettassero la normativa tributaria, attenendosi alla semplice regola per la quale, al di sotto dei 5.000 euro di ricavi, non ci sia bisogno di dichiarazione dei redditi.
Tutto bene, dunque? NO… perché, con una insolita solerzia, il Ministero dello Sviluppo economico è intervenuto con una Risoluzione che, accogliendo le tesi di FIPE, la Federazione Italiana dei Pubblici Esercizi, in sintesi sentenzia che intervenendo uno scambio economico a fronte di vera e propria somministrazione, gli “Home Restaurant” devono sottostare alle medesime regole di un ristorante commerciale.
Fine dei giochi? Oppure, più semplicemente, ristabilite le regole, annullate le possibilità di agire in regime di concorrenza sleale, potranno nascere nuove forme di offerta domestica, con conseguente sviluppo sano di occasioni per il consumatore e di posti di lavoro per chi voglia cimentarsi in nuove attività seguendo inclinazione ed estro?
E le piattaforme che hanno sfruttato la scia? Si adegueranno, perché se tutto è regolare, agiscono solo da moltiplicatore di business per tutti, o chiuderanno perché il gioco non varrà più la candela per nessuno?

Aldo Palaoro

Piano City Milano 3 – Milano Food Week 0

ARTICOLO pubblicato il 19 maggio 2014 su Ristorazione & Catering

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Dura ammetterlo, ma in queste ultimi giorni, per usare un termine attuale, ma soprattutto, significativo, la musica ha asfaltato il cibo.
Non abbiamo ancora metabolizzato l’inciampo dell’ultima edizione di Taste che ci dobbiamo confrontare con un paragone impietoso tra il successo clamoroso di una manifestazione culturale di alto livello e un risultato, che definire scarso è eufemistico, di un evento che da la sensazione di produrre tanta comunicazione, ma poca sostanza. Stiamo parlando di Piano City Milano e di Milano Food Week.
La sovrapposizione delle due manifestazioni ci costringe ad un supplemento di riflessione, perché tra venerdì 16 e domenica 18, cercando di rincorrere il maggior numero di eventi di entrambe, non si poteva non notare come Piano City subisse un vero e proprio assalto di un pubblico numeroso, composto, attento, affamato di cultura, mentre Milano Food Week registrasse, negli eventi diffusi la partecipazione di persone inferiori al già esiguo numero di sedie messe a disposizione, spesso affamato e basta. Con sintesi calcistica 3 a 0.
Inutile girarci intorno, la sentenza è di facile emissione: la gente, potendo scegliere, ha preferito Piano City. Nulla di male, ma un nuovo segnale preoccupante di una tendenza al ribasso che sta, anche troppo rapidamente, colpendo il nostro settore. Ribasso che definiremmo tale sia per la standardizzazione che spesso è una via comoda, ma che non è sempre salutare, sia, coniando un neologismo, per il “troppismo” che contraddistingue alcune iniziative che riguardano il mondo del cibo. Così succede che, per finalità che poco hanno a che fare con la proposta con le regole basilari del marketing, si finisce per lavorare sulla quantità, pensando che la massa critica sia la risposta giusta alle esigenze del mercato.

Così si riempie la città di iniziative di varia natura, commettendo una leggerezza, pensando più ad un utente che oggi viene compreso nella definizione ‘foodie’ che ad un utente più popolare, finendo per non essere interessanti per il grande pubblico e per raggiungere, invece, un pubblico di poche decine di persone, che, però, magari twittano e così si pensa che il successo sia assicurato e che lo sponsor sia soddisfatto. Mi spiace dirlo, ma così non si va da nessuna parte e l’impietoso confronto con le adunate di centinaia di persone normali che hanno affollato gli eventi di Piano City è lì a dimostrarlo.
Bisogna cambiare rotta per intercettar un pubblico diffuso, ma bisogna pensare alla qualità, non alla quantità ed esprimiamo questo concetto ancor più allarmati da una dichiarazione lanciata in apertura della Milano Food Week, quasi una “minaccia”: “nel 2015 la MFW durerà sei mesi“.
Ecco il troppismo che #InOtticaExpo fa perder di lucidità e, ancora prima di rendersi conto che, in questi giorni, gli eventi del fitto calendario riuniscano poco più di un “gruppo d’acquisto tupperware”, fa esagerare.
Ribadiamo, dunque, l’allarme già lanciato da queste pagine, facciamo attenzione a non eccedere, non è esponendo bandierine a tutti gli angoli, non è radunando una dozzina di persone armate di reflex, non è mettendo ai fornelli chiunque, non è aggiungendo la parolina magica Expo2015, insomma, non è occhieggiando ad una moda che si ottiene il favore del pubblico, vero, vasto, utile.
La strada della speculazione non serve a nessuno, anzi, allontana la gente che si sente esclusa da un mondo che appare per pochi, per adepti.

Penso anche che, se si continua così, il Comune di Milano, prima o poi, decida di porre un limite al proliferare di manifestazioni che, con la scusa dell’incombente esposizione universale, stanno saturando l’offerta di tutto ciò che ruota intorno all’alimentazione, non permettendo al pubblico una reale distinzione tra ciò che è buono e ciò che non lo è.
Fermiamoci prima che sia tardi, valutiamo con attenzione ciò che anche in questo settore può allargare la base d’ascolto. Piano City Milano dimostra che se si offre cultura il pubblico risponde e la stessa cresce, se continuiamo a ragionare secondo il metro di Maria De Filippi, propinando una proposta culturalmente mediocre, il nostro settore non crescerà.

Aldo Palaoro